Mister Dinamite «Ecco come disinnescare gli uomini bomba»

Ha usato 80 tonnellate di esplosivo, sbriciolato torri, cancellato paesi. Danilo Coppe è il dinamitardo più devastante d’Europa. Ma a fin di bene

Quanti chili di dinamite ha maneggiato nella sua vita?
«Più o meno 80 tonnellate».
Il primo obiettivo distrutto.
«Una ciminiera di 40 metri vicino a Torino».
Quando ha rischiato grosso?
«Durante la bonifica di una frana: ho fatto il matador con un masso di due metri cubi che rotolava a velocità pazzesca».
Il momento peggiore del suo lavoro?
«Quando devo ottenere l'autorizzazione da qualche ufficio pubblico: non può immaginare lo stress...».
Ha mai avuto paura?
«È un sentimento che non posso permettermi. Però cito Vernon: il coraggio è l'arte di avere paura senza mostrarla».
Prega mai prima di agire?
«Assolutamente no».
Chi è il migliore del mondo?
«Per quantità di demolizioni la famiglia americana Loiseaux. Ma i lavori più pazzeschi li ho fatti io».
Ci sono donne esplosive?
«Nel mio staff ne ho due. Deborah e Francesca. Bravissime».
È vero che Nobel è stato il suo ispiratore?
«Sì, uno dei tre. Poi il John Wayne che nel film Hellfighters spegneva gli incendi dei pozzi di petrolio con la dinamite e un programma della Tv dei ragazzi nei primi anni ’70: Avventura, presentato da un irriconoscibile Mino D'Amato».
Tre qualità che ci vogliono per fare il dinamitardo?
«Competenza multidisciplinare, fantasia e nervi saldi».
Come ci si prepara?
«Studiando in continuazione».
Sotto cosa metterebbe una bomba?
«Sotto la sedia di chi non mantiene la parola data e di chi non sa essere all’altezza delle proprie responsabilità. E soprattutto sotto la sedia dei pedofili».
A cosa ha rinunciato per gli esplosivi?
«A una vita sedentaria, ricca di comfort, orribilmente noiosa».
Se non avesse fatto il dinamitardo cosa avrebbe voluto essere?
«Poliziotto, carabiniere o pompiere».
In famiglia cosa dicono
«Si fidano di me».
I kamikaze che tipo di bomba sono?
«Per imprevedibilità il fenomeno criminale esplosivo più difficile da contrastare. Ma non chiamiamoli kamikaze. Quelli giapponesi avevano un codice d’onore che chi uccide innocenti non ha».
Qual è la miccia che innesca gli uomini bomba?
«Dal punto di vista tecnico basta un interruttore da abat-jour collegato a una piccola batteria. L’innesco psicologico è il fanatismo misto a disperazione. Miscela devastante».
I kamikaze sono la vera arma intelligente del nuovo millennio?
«Intelligente non mi sembra. Come arma è apparentemente efficace sul breve, ma perfettamente inutile alla lunga. La catena suicida non è infinita».
È più un prodotto della religione o della tecnica militare?
«Tecnicamente è un sistema banale, con tante cilecche ed esplosioni premature. È più figlio dell'ipnotismo religioso».
Cosa c'è di peggio di un kamikaze?
«Dal punto di vista emotivo quasi niente. Ma, ripeto, efficacia strategica vicina allo zero».
Come si riconosce un uomo bomba?
«È una persona in semi trance, che parlotta da solo, forse prega, ha lo sguardo inebetito o strafottente, suda, è vestito a sproposito. Ma qualche elemento lucido c’è anche tra loro».
Cosa significa girare con una cintura esplosiva addosso?
«Finché non si prova non si capisce...».
Quante probabilità ci sono che il prossimo obiettivo dei kamikaze sia l'Italia?
«Molto probabile».
Ipotesi basata su cosa?
«In Italia ci saranno più crimini esplosivi perché internet insegna a tutti come costruire ordigni sofisticati, per l’evoluzione naturale nella tecnologia del crimine e per la facilità di reperire materiali esplosivi fuori dagli ambiti militari».
Chi vuole colpire dove rimedia l'esplosivo?
«Si può fare in casa o importarlo dai cosiddetti Stati poveri o “canaglia”, ma non solo. Nelle cave o nelle gallerie stradali, per esempio, il materiale esplosivo è protetto male da personale non specializzato. In molti casi si può portare via con niente. E nella caserme fino a qualche anno fa chi chiudeva la contabilità con un passivo di 200 lire si sentiva un genio della finanza. Duecento lire negli anni Settanta potevano valere un quintale di tritolo...».
È ancora così?
«No. Ma chissà dov’è nascosto tutto quel tritolo».
I posti migliori per tenerlo nascosto?
«Ovunque».
Ovunque?
«Anni fa durante una simulazione programmata ho viaggiato per una settimana con candelotti e timer finti sul cruscotto della macchina. Mi hanno fermato: solo per controllarmi il bollo. Allora ho messo apposta l’auto in sosta vietata. È arrivato il vigile, ha messo la multa sul tergicristallo, sopra i candelotti, e se ne è andato...».
Tre cose indispensabili per garantire la sicurezza.
«Prevenzione: mi spiego con un esempio fra tanti. Negli aeroporti basterebbe un terzo monitor con regolazione speciale per scovare nei bagagli ordigni che gli altri due non vedono. Cinquanta euro di spesa a postazione e non sfugge quasi più nulla. Ma nessun aeroporto ce l’ha...».
...due.
«Formazione: i corsi istituzionali vanno svecchiati e aggiornati».
... e tre.
«Educazione all'emergenza: le esercitazioni anti incendio e anti terremoto, le evacuazioni di prova possono salvare migliaia di vite. Alle Twin Towers il 95 per cento delle persone che era sul posto si è salvato grazie all’educazione all'emergenza. Da noi si fanno una tantum».
Tre cose da evitare a ogni costo
«Primo: non pensare che siccome finora non ci hanno colpito, non ci colpiranno mai. Secondo: eliminare la presunzione di essere infallibili, che ho notato in certi responsabili alla sicurezza. Terzo: evitare provvedimenti che nascono dall’emotività. Creano disagio invece di sicurezza».
Abbiamo le persone giuste per affrontare il pericolo?
«Per impegno e abnegazione sì, ma spesso mancano le motivazioni e un pizzico di lungimiranza. In Usa, Inghilterra e Israele, i nuclei anti bomba, le Bomb Squads, fanno prevenzione, interventi antisabotaggio, indagine scientifica. Senza limiti di spesa. In Italia invece i settori sono scollati e le risorse economiche si ottengono a caro prezzo. E nei diversi Nuclei mancano elementi fondamentali come medici legali, ingegneri, esplosivisti civili».
Che figure professionali sono indispensabili?
«Ci vogliono staff multidisciplinari con tecnici di diversi settori che operino in armonia e non a comparti stagni. Solo pochi agenti sanno come comportarsi in caso di rinvenimento di pacchi sospetti e sul comportamento da seguire in caso di esplosione. Per ogni tipo di emergenza c'è un protocollo per la riduzione del rischio e per minimizzare i danni. Non servono laureati. Bastano pochi concetti spiegati bene e in poche ore».
Le Olimpiadi di Torino sono sicure?
«Sono state blindate con uno spiegamento di forze senza precedenti, ma sarebbe stato meglio migliorare le difese nella progettazione e nella realizzazione degli impianti. Con poca spesa si poteva ridurre la vulnerabilità di certi siti rendendo più agile la sorveglianza. Un altro esempio tra tanti: gli accessi alle zone critiche potevano essere protette da porte blindate o vetri antisfondamento che non esistono. Sono sorvegliati da poliziotti che potrebbero essere altrove».
A chi o a che cosa darebbe l'oro per la prevenzione...
«A Beppe Pisanu e a Enzo Bianco. Fino ad oggi...».