Mister Falchi pronto a far saltare il banco

Con la scalata a Rcs ha messo a nudo le fragilità dei patti tra i soci di Mediobanca e Generali

Marcello Zacché

Chissà se Stefano Ricucci ha assorbito lo spirito dell’editore respirando l’aria de «La Cacciarella», la villa sull’Argentario fatta costruire da Carlo Feltrinelli nel 1940, dove il figlio Giangiacomo visse gli anni dell’adolescenza. Chissà se dunque la scelta di celebrare il ricevimento delle nozze con Anna Falchi nella residenza ceduta dagli eredi Feltrinelli è stata fatta per buon auspicio. Di certo il misterioso rinvio del matrimonio (sembra proprio per i lavori alla Cacciarella), ha contribuito a dipingere di giallo l’avvenimento e a immaginare manovre diversive. Sta di fatto che, Argentario o non Argentario, la bella Anna non solo sta per sposare l’aspirante editore dei libri, dei periodici Rizzoli e del Corriere della Sera. Ma qualcuno ancor più pericoloso. L’uomo che con il suo recente agire è arrivato a minacciare l’intero equilibrio dei grandi poteri del piccolo capitalismo italiano. Da Mediobanca a Generali, a Fiat.
L’ex presidente di Confindustria Vittorio Merloni ha detto che «Ricucci è un mistero», riferendosi alle sue fortune. Un tesoro che in Borsa vale 1,6 miliardi (5% di Antonveneta, 5% di Bnl, 20% di Rcs, 2% di Bipielle), a fronte di un’attività di trading immobiliare e di un patrimonio di 560 milioni. Il mistero riguarda vuoi la sostenibilità degli investimenti di Borsa, effettuati con il ricorso al credito bancario, dando a pegno le stesse azioni acquistate, vuoi la vertiginosa crescita del patrimonio di un ex odontotecnico, classe 1962, che ancora 6-7 anni fa partiva da zero, vuoi la domiciliazione lussemburghese della sua società, la Magiste. La caccia a «chi c’è dietro» è partita da tempo e non ha risparmiato nessuno: da Massimo D’Alema, che sarebbe interessato ad appoggiare gli outsider della finanza come già fece con Roberto Colaninno, a Silvio Berlusconi, che punterebbe a condizionare la linea politica del primo quotidiano nazionale, a Carlo De Benedetti, per tornare in gioco stando dietro le quinte.
Un rebus senza soluzione. Che però ha creato le condizioni per parlare di «attacco ai poteri forti». Dalla Rcs, che da inizio anno ha guadagnato il 50%, il virus della scalata si è esteso a Mediobanca, +33%, e in parte a Generali (+5%). In realtà il solo a essere venuto bene allo scoperto è stato Ricucci, che ha dichiarato di avere il 20% di Rcs. Mentre in Mediobanca sono comparsi altri costruttori quali Luigi Zunino e Danilo Coppola, con quote del 2%. Ma tanto è bastato per accreditare il nuovo capitale di origine immobiliare come l'unica risorsa antagonista rispetto agli equilibri tradizionali tra banca e impresa.
Il meccanismo di trasmissione sarebbe il seguente: attaccando il patto dei soci di Rcs (un asse tra Mediobanca, Fiat, Generali, Banca Intesa, Pirelli, Pesenti, Capitalia, Romiti, Merloni, Della Valle, Ligresti) si incrina lo stesso fronte che si ritrova nel patto di Mediobanca, e quindi le Generali, pilastro finanziario nazionale controllato da Piazzetta Cuccia con il 14% del capitale. I punti deboli del sistema non mancano: la Fiat in grave crisi può continuare a permettersi di stare nella partita? Mentre una compagnia assicurativa quotata come Generali può giustificare di fronte alle minoranze la strategicità di una partecipazione in Rcs?
Ma se non esistono gli elementi per provare l'esistenza di un complotto, le mosse di Ricucci e la speculazione di Borsa hanno mosso le acque. Già peraltro agitate dal contesto politico in vista di elezioni tra le più incerte della storia repubblicana. Allora i personaggi chiave stanno facendo valere le proprie credenziali.
Prendiamo per esempio Giovanni Bazoli. Il presidente di Banca Intesa ha idealmente ricevuto la golden share del Corriere dalle mani dell’avvocato Agnelli, quasi sul letto di morte. Golden share, ovvero il carisma che consente, pur essendo solo uno dei soci del patto Rcs, di contare più degli altri. Una carta che Bazoli ha giocato, insieme con Cesare Romiti, nel determinare il precedente assetto del Corrierone, quello della direzione di Stefano Folli. Un assetto, però, fatto saltare un anno fa da quei soci insoddisfatti della gestione Romiti (che era presidente della società e socio forte del sindacato). Ne è seguito un rimpasto del patto, con l’ingresso di Della Valle, Ligresti, Capitalia e Merloni, il ridimensionamento di Romiti e l’arrivo di Paolo Mieli alla direzione. Al primato di Bazoli si è sovrapposta una gestione collegiale nel nome dell’autonomia del quotidiano.
Ora che questo equilibrio è minacciato dal Ricucci, Bazoli punterebbe a recuperare la golden share smarrita attraverso un’operazione salvataggio che, sotto la sua regia e con l’appoggio tecnico di Lazard, faccia entrare in gioco Romain Zaleski, finanziere franco-polacco socio di Intesa in Edison, che proprio dalla cessione della sua quota nella società elettrica incasserà 1,4 miliardi. Un cavaliere bianco in grado di fermare Ricucci. Ma anche di dare all’operazione un colore fortemente ulivista: non è un segreto che Bazoli faccia il tifo per Romano Prodi sia per amicizia, sia per la forte condivisione di ideali politici.
Marco Tronchetti Provera, invece, ha deciso di rappresentare un ruolo istituzionale. Socio di Rcs e di Mediobanca, a ben guardare è il più «industriale» di tutti i grandi soci. Il gruppo Pirelli-Telecom, che guida e controlla, è un colosso delle tlc con appendici nella televisione (La7), attivo nelle reti e nei contenuti, in ambito regolamentato e in settori convergenti. Per di più limitrofi a Rcs. Il tutto alla vigilia dell’esplosione del business del digitale terrestre.
Va da sé, allora, che l’assetto politico che verrà non può essere indifferente per Telecom: un Berlusconi, azionista di riferimento di Mediaset, che resta al governo, che va all’opposizione, o che sale al Quirinale, non è la stessa cosa. E, ancora: quali saranno le conseguenti mosse di uno come Rupert Murdoch, l’editore di Sky che, come dimostra il trambusto sui diritti del calcio, ha smesso di starsene tranquillo? L'addensarsi di incognite di questo tipo rende la presenza di Tronchetti in Rcs strategica. Tanto da diventare istituzionale, neutrale, votata al mantenimento dell’equilibrio e alla garanzia dell'indipendenza del gruppo. E di Mediobanca, non a caso definite entrambe «istituzioni» dallo stesso Tronchetti in un’intervista al Sole 24 Ore.
Interessato a fare blocco di fronte al «mistero» Ricucci è di certo Luca Cordero di Montezemolo. Nel patto Rcs rappresenta la Fiat. Ma sarebbe un errore non ricordarsi il suo ruolo di presidente di Confindustria, interlocutore istituzionale di prima linea con il governo. Per questo la Fiat non ha alcuna intenzione, nonostante la sete di risorse finanziarie, di lasciare la partita. Non ce l’ha Montezemolo, con il cordone di amici (Della Valle, Merloni) che lo circonda.
Il collante di un sistema che correrebbe seriamente il rischio di disgregarsi di fronte all’azione destabilizzatrice di Ricucci è stato finora distillato con sapienza da Piergaetano Marchetti, presidente del patto di Rcs, di Rcs Quotidiani, e pure del patto di Mediobanca. Marchetti, per taluni, ha preso il ruolo di Enrico Cuccia nel tenere insieme gruppi, banche e personalità diverse. A Cuccia va paragonata non tanto l’inventiva finanziaria, che non fa parte del suo mestiere di giurista, quanto più la capacità diplomatica e tecnica nel proporre soluzioni di «compromesso virtuoso». Una credenziale guadagnata sul campo di Rcs, al momento del rimpasto del patto, ma prima ancora in Mediobanca, con il ruolo svolto nella gestione della successione di Vincenzo Maranghi. Passaggio chiave per capire sia gli attuali equilibri, sia le loro stesse fragilità, perché avvenuto attraverso una dura battaglia sulle Generali. Conclusa con l’ingresso della pattuglia dei soci francesi sia nel capitale di Mediobanca (Bolloré, Groupama e Dassault hanno il 10% della banca d’affari), sia al vertice delle Generali, con il ritorno di Antoine Bernheim e un accordo per restare presidente fino al 2007.
Ma se è vero che nel 2003 l’intesa fu trovata sul licenziamento di Maranghi, al costo di coinvolgere i francesi, il problema del futuro delle Generali è stato solo rimandato. Per questo la scalata di Ricucci ha aperto molti altri interrogativi dalle parti di Piazzetta Cuccia. E di fronte a un possibile rimescolamento di carte tra i poteri italiani, il colosso francese Axa, zitto zitto, è salito all’1,9%. Facendo scattare immediate le illazioni su un presunto accordo tra il patron di Axa, Claude Bébéar, e lo stesso Bollorè, suo grande amico, a sua volta amico di Bernheim. Va da sé che un eventuale ingresso nella partita dei francesi di Axa riaprirebbe i giochi a Trieste.
Si potrebbe andare avanti. Ma la sostanza, anche aggiungendo nomi e ipotizzando intrecci, non cambia. Ricucci, da solo o in compagnia di amici misteriosi, l’ha fatta venire alla luce: con la sua azione ha scoperchiato il vaso di Pandora della finanza nazionale. Fatta di patti, accordi e codicilli comunque e sempre a geometria variabile. In assenza di capitali freschi e possibilmente non sempre e solo bancari, la loro resistenza sarà messa a dura prova.