Mister Obama, il messaggero dell’apocalisse

Un uragano sta investendo gli Stati Uniti da costa a costa? Pare di sì. Basta dare un’occhiata ai saggi più venduti degli ultimi mesi: Dopo l’America. State pronti per l’Armageddon di Mark Steyn, Il sapere segreto. Sullo smantellamento della cultura americana di David Mamet (pubblicato questa estate a puntate sul Giornale), I demoni: come i liberali stanno mettendo in pericolo l’America della bionda glam-columnist Ann Coulter, per non parlare di Stop all’islamizzazione dell’America. Guida pratica di resistenza di Pamela Geller. L’elenco potrebbe andare avanti per pagine. Ne vedremo delle belle anche a metà ottobre, quando uscirà, già ben prenotato via internet, Suicidio di una superpotenza. L’America sopravviverà al 2025? a firma di Pat Buchanan, ex consigliere di Nixon, Ford e Reagan e già autore di altri best seller sullo sfacelo yankee.
Questa sfilza di titoli non è solo un remunerativo trend editoriale. Questi libri un bel po’ di verità, a ben guardare, la dicono. Prendiamone uno, quello che sta raccogliendo più dibattiti e recensioni: Dopo l’America di Steyn, commentatore politico conservatore. Che c’è dopo l’America? La domanda, negli anni Ottanta, avrebbe ricevuto in risposta un sorrisetto di concreta superiorità. Oggi, invece, se la pongono tutti gli occidentali.
A tale domanda Steyn risponde con 300 pagine di serrata analisi geopolitica, per concludere che dopo il possibilissimo declino americano «l’Europa occidentale sarà semi-islamizzata, la Russia avrà il monopolio dell’energia e della sicurezza, la Cina sarà la nuova superpotenza globale, l’Iran un Paese pienamente dotato di energia nucleare civile e militare». E gli Usa? Rischiano addirittura la secessione: non tutti gli stati confederati vorranno pagare tasse salatissime per obiettivi che non condividono. I segni del malcontento si stanno già manifestando.
Non si fa fatica a immaginare un mondo simile. Steyn però ne vuole uno diverso e dà la ricetta per costruirlo, raccomandando di non perdere tempo. E inizia proprio dagli Stati Uniti: «Dopo l’America - sostiene Steyn - e con l’America, ci sono i Tea Parties». Intesi sia come visione propulsiva per uscire dalla «sclerosi» e sia come concreto stile di vita. Poiché l’America così come la conoscevamo è comunque finita: «L’Empire State Building è stato tirato su in diciotto mesi durante la Grande Depressione. Noi in dieci anni non siamo riusciti a rimpiazzare le Torri Gemelle, a causa di regole e codici che ingessano ogni impresa. Quelli che tengono l’America con la faccia dentro Ground Zero sono le delicate élites di metrosexual che hanno perso ogni contatto con la realtà e con le modalità con cui le cose vengono costruite sul serio». Partendo dalla celebre domanda di Thomas Friedman («Possono i greci diventare tedeschi?») Steyn mette l’accento (la colpa) sui «greci»: è l’improduttiva classe culturale insieme a quella, parassitaria, dei governanti, l’ostacolo di quei lavoratori che escono di casa ogni mattina per costruire il proprio business.
Da qui, l’analisi di Steyn procede in linea retta verso i Tea Parties. «In quattro o cinque anni, poniamo entro il 2015, tutti coloro che pagano le tasse in America copriranno l’intero costo dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese, semplicemente in interessi sul debito. Non c’è nessun precedente storico per una situazione simile. Da una nazione di portaerei a una nazione di porta-debiti. Metteremo la Cina nelle condizioni di poter quadruplicare il proprio budget militare, spedendo poi il conto a Washington». E Washington lo spedirà a quelli che pagano le tasse. Urgono i Tea Parties: «Sono loro la più grande speranza di questo paese». Con i repubblicani senza leadership, sostiene Steyn, i Tea Parties sono gli unici a controllare il termometro dell’opinione pubblica. E cita Milton Friedman: «Piuttosto che eleggere le persone giuste per fare la cosa giusta, create le condizioni politiche per cui le persone sbagliate sono obbligate a fare le cose giuste».
Ma quali sarebbero? Steyn è pragmatico: de-centralizzazione (già Reagan sosteneva l’importanza di separare i problemi degli Stati da quelli degli Usa; Obama, invece, è uomo di Washington), deregulation («la regolamentazione di qualsiasi cosa - scrive Steyn - è purtroppo il vero business attuale»), de-monopolizzazione e semplificazione («Troppe aree della vita umana sono state complicate inutilmente»). E infine quella che potremmo chiamare de-scolarizzazione, vale a dire un freno al titolificio di Stato.