Mister preferenze: «I ciellini? Mi votano per libera scelta»

«Ma voi pensate davvero che i ciellini abbiano il cervello all’ammasso e che nel 2009 votino una persona solo perché qualcuno gli ordina di votare così?». Mario Sala, 50 anni, «milanese milanese di Porta Romana», laurea in agraria, titolare di una società di consulenza alle imprese, mister preferenze milanese alle elezioni regionali del 2005, reagisce stizzito all’idea che a tributargli 21mila voti sia stata una massa di decerebrati agli ordini della Compagnia delle opere. «Le assicuro che gli elettori più esigenti sono proprio quelli di Cl, perché noi siamo stati viziati da don Giussani, che ci ha abituati a porci mille domande e a chiederci il perché di tutto. Così è un continuo “ma perché fate il voucher così e non colà?”. La scorsa campagna elettorale, ho preso tanti applausi ma anche parecchi fischi. Comunque ho voglia di ripartire».
Ha voglia di campagna elettorale?
«Sono smanioso di entrare sui temi concreti della politica regionale, non culliamoci come se fosse tutto già deciso, siamo all’inizio. E domenica pomeriggio ci aspettiamo l’annuncio ufficiale della candidatura di Formigoni da parte del presidente Berlusconi. Così possiamo partire sul serio».
Mario Sala, addetti ai lavori esclusi, è un illustre sconosciuto. Si fa fatica a trovare sue foto e persino informazioni su Internet.
«Sono sconosciuto ai lettori dei giornali, ma tutto il mondo delle associazioni, del volontariato, del lavoro, mi conosce molto bene. È vero che sono stato relatore solo di tre progetti di legge ma, anche se non dovrei essere io a dirlo, si tratta di provvedimenti di gran peso, come la legge sulla competitività e quella sulle cooperative».
Ha preso ventunomila voti, ma è rimasto consigliere. La prossima volta vuol fare l’assessore?
«Non sta alla pietra scegliere il suo posto. Innanzitutto bisogna vedere se sarò rieletto, perché è vero che sono stato molto votato, ma i cittadini possono sempre cambiare idea. In ogni caso fare il consigliere semplice è bellissimo».
Non faccia il modesto. Lei non è l’organizzatore di Rete Italia, l’associazione che riunisce i politici italiani vicini a Cl?
«Rete Italia è una realtà politica del Pdl, che con Cl c’entra relativamente, perché aggrega anche una parte del mondo socialista e del mondo liberale. Mi arrabbio quando sento mettere l’etichetta di ciellino a qualcuno solo perché si riconosce nel principio della sussidiarietà. Alle nostre iniziative hanno partecipato un migliaio di politici, tra cui ministri come Mariastella Gelmini, Angelino Alfano, Maurizio Sacconi».
Sa che molti accusano la sua rea di riferimento di essere una centrale affaristica. Come risponde?
«La sussidiarietà è basata su realtà operative nel territorio che rispondono ai bisogni della gente e su politici che riconoscono questi bisogni e le iniziative della società. Questo non è affarismo. Chi poi se ne approfitta e fa affari in modo illegale, pagherà se deve pagare. Certo che si parla di interessi, ma la Lombardia è piena di situazioni in cui partendo da interessi rispondi a bisogni. L’uomo, ogni singola persona, è capace di tanto bene e di tanto male. Allora la Regione deve sospettare del mio male o puntare sul mio bene?».
Come è arrivato alla politica?
«Mi sono sempre occupato di consulenza aziendale nei settori della moda e del made in Italy. E poi, da volontario, di opere di carità. Sono stato anche presidente delle associazioni non profit della Compagnia delle opere».
La legge sulle cooperative che ha promosso è stata votata dall’opposizione ma osteggiata dalla Lega. Ha rapporti difficili con il Carroccio?
«La Lega è un alleato decisivo ma io sono del Pdl e su molti temi le nostre posizioni non coincidono, altrimenti saremmo stati nello stesso partito. La divergenza maggiore è nel fatto che la Lega ha una concezione centralista, con la differenza che il centro non è Roma il Comune. A loro piacciono le municipalizzate, le scuole comunali, la tutela dalla culla alla tomba. Noi siamo per la libera scelta, perché ogni cittadino possa scegliere liberamente quale scuola frequentare, in quale ospedale curarsi, in quale struttura essere ospitato da anziano. Crediamo molto nel voucher, nel buono che ciascuno può usare come preferisce».
Lei ha cinque figli. Un lusso che non tutti possono permettersi?
«È vero, senza il quoziente familiare, senza la politica che agevola, avere molti figli può diventare un lusso e resta ancora molto da fare in questa direzione. Ma siamo davvero sicuri che se avessimo più soldi, faremmo più figli? Forse sì ma forse no. Il problema è anche culturale, è difficile avere famiglie con tanti figli finché l’idea corrente della famiglia è quella di una gigantesca palla al piede da portare avanti».