Misteri d'Italia, spunta il "tesoro" di Cossiga: nel suo archivio venti computer e 60 cellulari

I figli dell’ex presidente della Repubblica ne svelano l’archivio
personale: ci sono almeno 360 faldoni di documenti. Nella sua casa trovati anche scudi anti
intercettazioni. L'ad di una azienda di telecomunicazioni rivela: "Testava ogni novità"

Roma - Aveva iniziato come radioamatore dilettante (nome in codice Iofcg), quasi per caso: immobilizzato da un brutto incidente stradale si era fatto montare un «baracchino» perché «di notte non dormivo, e mi divertivo ad ascoltare, poi ho iniziato anche a comunicare».
Non ha più smesso, tanto che, quando venne eletto presidente della Repubblica nel 1985, Francesco Cossiga si fece trasferire la postazione in cima al Colle, nelle stanze del Quirinale. Ma la sua passione per la tecnologia, iniziata fin da bambino («Per pagarmi il cinema aggiustavo le lampadine a casa di mio zio»), lo ha portato a diventare uno dei massimi esperti di high tech e telecomunicazioni del nostro paese. A casa sua aveva una ventina di computer e almeno sessanta telefonini cellulari, oltre a 360 faldoni di documenti del suo archivio personale. Zeppo, è facile immaginare, di segreti della Prima repubblica, e non solo di quella. «Se ci mette le mani Wikileaks succede un pandemonio», scherza il figlio Giuseppe Cossiga. Che ieri, a quasi un anno dalla morte dell’ex capo di Stato, insieme alla sorella Annamaria e ad un pugno di amici del presidente emerito (il giornalista Pasquale Chessa, il presidente dell’Adnkronos Pippo Marra, l’ex capo della Protezione civile Giuseppe Zamberletti) ha annunciato la costituzione dell’associazione Francesco Cossiga. E chissà che ne avrebbe detto, quella linguaccia del Picconatore, di una Onlus (orribile acronimo che sta per Organizzazione non lucrativa di utilità sociale) intitolata a suo nome, e beneficiaria del 5 per mille.
Obiettivo, la valorizzazione di una storia e una memoria «che non riguarda solo mio padre, ma un patrimonio di idee e sentimenti», oltre che di immensa documentazione. E ci vorranno archivisti professionali per farlo, vista la mole di materiale e la sua delicatezza. Il lavoro è già iniziato da mesi, in silenzio: «Ci sarà anche un avvio silenzioso per questa attività. Ci terremo il più possibile lontani dalla politica - assicura Giuseppe Cossiga - anche se qualcuno ci ha già chiesto di tirare fuori la corrispondenza tra Almirante e mio padre, tra lui e Gianfranco Fini. Lo faremo, ma non domani». Non che da quelle carte ci si attendano rivelazioni deflagranti: «Non ci aspettiamo di trovare la prova provata dell’abbattimento del DC9 a Ustica, questo no, ma carte interessanti sicuramente sì». Anche se i criteri di archiviazione sono duri da interpretare («Solo lui sapeva dove trovare cosa») e da decifrare: «La sua grafia non è semplice da decriptare: ci è già successo di riunirci attorno a un foglio e scoprire che si trattava di un semplice biglietto di auguri». In più aveva mille interessi: dalla storia della Sardegna alla teologia (con una erudita passione per il pensiero del cardinale John Henry Newman). E, naturalmente, l’high tech. La sua casa romana in Prati era coperta da ogni tipo di wireless e banda larga, e dotata anche di «scudi» anti-intercettazioni, che rischiavano di «mandare in tilt le comunicazioni dell’intero quartiere», scherzano i figli. «Sembrava il Norad Headquarter di Colorado Springs (il Centro di controllo della difesa aerea Usa, ndr)», conferma uno dei migliori amici di Cossiga, Michelangelo Agrusti: friulano, ex parlamentare Dc, membro della Onlus dedicata al Picconatore e amministratore delegato di Onda Communication, azienda leader in Italia per le tlc. Azienda all’avanguardia che usava a piene mani la indiscussa competenza di Cossiga: «Era il nostro principale collaudatore - racconta Agrusti - gli portavamo ogni nuovo prodotto elettronico prima di metterlo sul mercato, dai telefonini alle chiavette Usb ai router, e lui li metteva alla prova e poi inviava una dettagliatissima relazione su ogni pregio e difetto». Si entusiasmò per l’ultimo nato, il primo tablet made in Italy di Onda e dopo averlo provato telefonò entusiasta ad Agrusti: «Michi, quando esce voglio essere il testimonial», gli annunciò. Ma non fece in tempo.