Misteri, l’alba dell’Occidente

Nel Colosseo, tempio della carnalità antica, una mostra sul lato oscuro della spiritualità

Daisy Miller, la giovane, bella, ricca americana in vacanza in Europa con la famiglia, a fine Ottocento, è una delle figure femminili indimenticabili inventate dalla letteratura. Morirà a Roma, dopo un breve soggiorno, amando non compresa un connazionale, che scoprirà dell’amore di lei e della sua morte per malaria contratta durante una passeggiata notturna con amici italiani, al Colosseo.
Nel suo straziante capolavoro Daisy Miller, Harry James intuisce nel monumento romano più visitato di sempre, la valenza ferale, il criptico, poiché antico e offuscato dalle sabbie del tempo, messaggio di morte. Il Colosseo rappresenta il culmine dello spettacolo dei romani, e vede agire gladiatori che si ammazzano tra loro o sono divorati da belve feroci, battaglie navali cruente dove gli schiavi affogano nel sangue. È la risposta dei romani, in termini di spettacolo, al teatro greco, dove si rappresentavano tragedie di dei ed eroi, rigorosamente in versi, e ci si interrogava sul destino dell’uomo, sulle questioni prime e massime. Certo il Colosseo non era solo questo, ospitava anche rappresentazioni e giochi incruenti, ma l’immagine che permane, il suo tatuaggio, è impresso a sangue.
La mostra romana inaugurata a Roma all’interno del Colosseo, che aduna quotidianamente folle di visitatori, si intitola «Il rito segreto. Misteri in Grecia e a Roma», e dubito che al curatore Angelo Bottini sia sfuggita una certa natura paradossale della relazione fra il tema e il luogo. Perché il Colosseo è il teatro della terrestrità e della carnalità per antonomasia, mentre i riti misterici che prosperano nell’antica Grecia e in Roma hanno in comune una potente e aspra ricerca metafisica. Felicemente stride, con potente effetto drammatico, l’esposizione di opere e frammenti legati ai culti di Dioniso, Persefone, Cibele, Iside, Mitra, ai misteri Eleusini (opere insomma che testimoniano una viscerale ricerca cosmologica e trascendente) nel tempio dell’immanenza assoluta, quella percezione terrena della vita da cui nascono i leggendari detti romani, «hic et nunc», «carpe diem», e tanti altri stemmi di una visione del mondo saggia e moderata quanto letteralmente disperata.
Poiché, e questo è il bello della mostra, pochi oggi associano il mondo greco e poi quello romano a tale disperazione, e pochi quindi immaginano la diffusione di culti fortemente fondati su una speranza di vita ultraterrena, quando tale realtà misterica non fu episodica nella civiltà classica, ma onnipresente, sempre, una sorta di memoria dell’origine orientale dei due mondi su cui si fonda l’occidente. Il fatto che da tempo archeologia e studio dell’antichità si integrino con i metodi dell’antropologia ha permesso importantissime ricognizioni sulla sfera del sacro e del mistero. Pensiamo alla mitica scoperta e successiva interpretazione del «Tuffatore di Paestum» di Mario Napoli, negli anni Sessanta, alla fondamentale opera di Anita Seppilli, un decennio dopo, sulla sacralità delle acque nel mondo romano, al più recente e ricchissimo studio sulle sirene pubblicato da poco da Loredana Mancini per il Mulino.
Questa mostra affascinante e avventurosa (catalogo Electa, pagg. 320, euro 30) in cui il Colosseo è come isolato dal moto pulsante e disarmonico del traffico circostante, ci immerge quindi in un cuore non segreto, ma solamente dimenticato della civiltà greca e romana, complice una cultura classicistica, da Walter Otto a Winkelmann, che ha inventato una classicità marmorea, olimpica e immobile, contrapposta, grossolanamente, a un supposto raffazzonato guazzabuglio «d’oriente» di cui fanno parte, senza tanti distinguo, i tre monoteismi, i culti babilonesi ed egizi, le divinità indiane e persiane, insomma tutto ciò che non si confermi e paralizzi nell’indistruttibile simulacro della bellezza olimpica d’occidente.
Walter Otto, ad esempio, ci passa in rassegna una felice sfilata di dei olimpici, sereni, in totale armonia con il creato, la natura, indifferenti alle domande umane (che sono, tanto per intenderci, quelle di ognuno di noi di fronte alla malattia, all’amore, alla morte, ma anche quelle di Shakespeare e di Leopardi, siamo in buona compagnia), dimenticando, con elegante distrazione, quale sia la prospettiva dell’uomo greco e romano dopo la morte: un oltretomba buio, disperato, cieco, il regno di Ade, dove le anime non hanno vita, respiro, speranza. Questo ci racconta Omero quando Ulisse incontra nel regno di Acheronte l’ombra disperata della madre, e questo rappresenta Ovidio nelle Metamorfosi, con la favola tragica di Orfeo che scende tra le cupe ombre a riportare in vita l’amata Euridice, ma si volta e la perde per sempre, punito dagli dei per il suo troppo amore. E il sommo dei tragici greci, Eschilo, ci rappresenta il dio che ama gli uomini, Prometeo, che ha dato loro il fuoco e mente, e memoria, e speranza di rinascita, di vita eterna, incatenato a una rupe per ordine del re degli dei, Zeus.
L’uomo romano e greco riceve dal suo credo una fortissima spinta a riempire il vuoto, a edificare, a costruire, con l’arte plastica, con l’architettura, con l’invenzione della filosofia, del diritto, una sorta di eroico e disperato paradiso terrestre, ma vive con l’angoscia della morte. I riti di Dioniso, dio della trasformazione, che muta la vite in vino (esplicitamente assimilato al proprio sangue), di Iside, la divinità egizia alla ricerca dello sposo per la ricongiunzione finale del giorno e della notte, per la vita eterna e l’eterna ricomposizione del mondo, offrono, prima di Cristo, straordinarie ipotesi di salvezza e rinascita al greco e al romano. Per questo i misteri d’Oriente non furono episodici ma permeati nel cuore della culla dell’Occidente. Come avvertì l’uomo che, inventando la filosofia occidentale, celebrò in punto di morte quei lontani e salvifici riti orientali: «E, a nostro parere, non rischiano certo di passare per degli ingenui quelli che istituirono i riti misterici, anzi, a dire il vero, essi, da tempo, dicono in forma di enigma che chiunque vada nell’Ade senza aver intrapreso e compiuto la sua iniziazione giacerà nella melma, mentre chi vi giunge dopo la purificazione e l’iniziazione avrà dimora tra gli dei». Poi, guardando un bianco uccello in volo, lodati i riti misterici d’Oriente, il fondatore del pensiero occidentale bevette la cicuta, sorridendo, in pace.