Il mistero della banchiera scomparsa dopo il crac

Dov'è finita Sonja Kohn? Da tre settimane non si hanno più sue notizie. Sparita per vergogna, sussurra qualcuno a Vienna. Possibile. La Bank Medici di cui era proprietaria al 75%, con il restante quarto posseduto da Bank Austria del gruppo Unicredit, ha fatto fallimento ed è stata commissariata dal governo austriaco. In fuga per paura, giurano amici ed ex dipendenti; perché tra i clienti di quel piccolo ma lucroso istituto c'erano molti facoltosi oligarchi russi, che hanno perso una cifra stimata a 2,1 miliardi dollari. Sono arrabbiati, molto arrabbiati. E Sonja, sessantenne ebrea ben introdotta nell'alta finanza mondiale, teme che la vicenda si concluda come capita sovente a Mosca in queste circostanze: con una pallottola in testa. E allora si nasconde, assieme al marito Erwin.
«È solo una vittima», giura il portavoce della Banca. E tecnicamente è vero: la Kohn investiva prevalentemente nei fondi hedge di Bernard Madoff, l'ex presidente del Nasdaq, che ha inghiottito 50 miliardi nella truffa più spettacolare degli ultimi anni. Non a caso lei e il marito sono stati visti in pubblico l'ultima volta il 13 dicembre, due giorni dopo l'arresto di Madoff. «Apparivano scioccati e nervosi. E soprattutto increduli», ha rivelato al New York Times un banchiere austriaco. Da allora solo il commissario del governo Gerhard Altenberger è riuscito a incontrarli. Dove e quando non si sa.
Braccati dai sicari e con la prospettiva di un calvario giudiziario. Fine di una coppia ammirata e invidiata.
Inizialmente il banchiere titolato era lui, ma chi aveva talento per gli affari era lei. Nata a Vienna da una famiglia sfuggita all'Olocausto, ha ricevuto un'educazione ebraica tradizionale, ma non marcatamente religiosa. Donna intelligente e tenace, «poteva essere aggressiva o, secondo le circostanze, seducente - ricordano in tanti -. In ogni caso straordinariamente caparbia: era difficile dirle di no».
Negli anni Settanta i Kohn si trasferirono a Milano, poi in Svizzera e, negli anni Ottanta, a New York, dove la loro vita cambiò. Divennero ortodossi, prendendo casa nella comunità ebraica di Monsey, un sobborgo della Grande Mela. Sonja aprì una piccola società di brokeraggio, con un certo successo. La chiamavano «l'austriaca di Wall Street» e molte porte iniziarono ad aprirsi. Una in particolare: quella di Madoff, di cui divenne molto amica. E uno dei principali referenti in Europa, dove infatti, negli anni Novanta, i Kohn tornarono, fondando dapprima Eurovaleur, una società di gestione fondi e poi una banca, la Medici. Piccola, con appena 16 impiegati ma capace di generare generosi utili e di garantire ai suoi clienti ritorni oltre il 10 per cento.
Già, i clienti. Era Sonja a trovarli, grazie ai suoi eccellenti contatti personali e alla sua padronanza delle lingue (parla correntemente tedesco, inglese, ebraico e italiano). Sicura di sé, a tratti persino arrogante, certo spregiudicata. Sebbene ebrea ortodossa, non esitava a corteggiare investitori arabi, anche se originari di Paesi ostili a Israele. E le sue iniziative di beneficenza, sempre di alto profilo, servivano, oltre ad aiutare il prossimo e i bisognosi, a conoscere altri benefattori. Facoltosi, naturalmente.
Prometteva a tutti di entrare nel mondo più esclusivo dell'alta finanza americana, quello di Madoff e dei suoi miracolosi fondi speculativi. Molti si lasciavano sedurre a Tel Aviv, a Zurigo e a Milano, dove aveva buoni rapporti con Unicredit e, per investimenti nel campo dell'arte, con Unione Fiduciaria. Ma soprattutto a Mosca e a Kiev. Erano i nuovi ricchi russi e ucraini il suo terreno di caccia. «In media i clienti della mia Banca guadagnano tre volte gli interessi di mercato. Da noi 1+1+1 fa 5», soleva dire ricevendoli nelle suite dei più lussuosi alberghi; senza indagare sull'origine di quelle improvvise ricchezze, senza badare se le giacche di chi le sedeva davanti erano rigonfie oltre che di assegni, di revolver. Si sentiva intoccabile, Sonja. Che tragica illusione.