Il mistero di De Dominicis, resuscitato dal business dell’arte

Qualche cinefilo si ricorderà di Cynthia Hawkins, la cantante protagonista del film Diva di Jean-Jacques Beineix (1981) ossessionata dalle registrazioni. Per lei, l’emozione di un concerto doveva cristallizzarsi nella memoria di chi c’era, e nessun supporto magnetico o elettronico avrebbe mai potuto imprigionare la purezza assoluta di una voce. Come la tenore, l’artista concettuale poi approdato alla pittura Gino De Dominicis, rifiutava senza mezzi termini la teoria di Walter Benjamin sull’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Pochissime mostre e, soprattutto, nessun catalogo da lui autorizzato. Chiunque ci provasse veniva raggiunto dalla diffida dei suoi legali: De Dominicis, alisa GDD, considerava disporre del proprio lavoro un diritto inalienabile.
La sua avventura è stata breve. Nato ad Ancona nel 1947, scomparso a Roma nel 1998 con una fine anche lì avvolta nel mistero (si dice non abbia voluto combattere contro il cancro, qualcuno lo immagina ancora vivo, da qualche parte). Le sue prime azioni sono postulati sull’impossibilità, per esempio di formare quadrati invece che cerchi lanciando sassi nell’acqua. Nel ’72 fa scandalo alla Biennale di Venezia, dove decide di esporre un giovane down come opera d’arte: feroci le polemiche tra assoluti detrattori ed entusiasti ammiratori; è possibile che Alberto Sordi, nell’episodio del film Dove vai in vacanza? in cui la moglie, in visita alla Biennale, viene scambiata per una scultura vivente, si sia ispirato a questo lavoro.
Poco prima che la pittura torni di gran moda, negli anni ’80, GDD prende in mano i pennelli. I suoi quadri sono sfuggenti, talora invisibili, carichi di simbologie misteriose che si rifanno ai Sumeri o agli antichi Egizi. Installa personalmente le sue mostre prediligendo il vuoto. Veste sempre di nero. Porta al polso un orologio che al posto del quadrante monta uno specchio. Se qualcuno gli chiede l’ora risponde: «Non sono cambiato molto dall’ultima volta, dunque non deve essere passato troppo tempo».
Adorato come una rockstar, GDD si negava ai fan e alle regole del sistema. Detestava salotti e inaugurazioni e se ne è andato in silenzio. Dopo la morte, invece, è stato oggetto di mostre retrospettive che non avrebbe proprio gradito, allo scopo di lanciarlo sul mercato internazionale e di farne accrescere le quotazioni. Una prima antologica tra Nizza e Torino venne ordinata qualche anno fa, quindi il monumentale omaggio del MAXXI che ha inaugurato i propri spazi nel maggio 2010 con la sua più grande ed esauriente rassegna. Attualmente GDD è una sfiziosa presenza tra gli eventi collaterali della Biennale di Venezia, con le opere della collezione Koelliker esposte alla Ca’ d’Oro. Teoremi figurativi è il titolo che unisce le 46 opere, prevalentemente pittoriche (catalogo Silvana, con un saggio di Vittorio Sgarbi). Come Jerome Salinger e Lucio Battisti, GDD praticava l’estetica della sparizione nel mondo dei media che non consente eccezioni, ma se il papà de Il giovane Holden e l’autore di Emozioni sono riusciti a mantenere il mistero, del pittore marchigiano, appena defunto, è stato tirato fuori tutto, capolavori e disegnini. Giusto o sbagliato? Bisogna cedere alle lusinghe del mercato o rispettare la volontà degli autori?