Il mistero dell’adultera fedele solo a se stessa

Nonostante secoli di romanticismo, con le loro traviate, le loro Anne Karenine e le loro signore Bovary, ci abbiano reso familiari i connotati del personaggio (sensualità mista a melodramma e a una disperazione anch'essa melodrammatica), quando sentiamo parlare dell'«adultera» al singolare il riferimento è uno e uno solo.
Le adultere sono tante, l'adultera invece è solo quella donna là: la donna che a un preciso giorno e una precisa ora della storia, scoperta in flagrante reato, venne condotta davanti a Gesù non perché la condannasse o meno - la sentenza era già stata emessa - ma per metterlo alla prova allo scopo di incriminarlo. La legge di Mosè parlava chiaro, bisognava lapidarla: ma cosa avrebbe detto il Maestro? Si sarebbe forse messo contro Mosè?
Il fatto che a nessuno finora sia mai saltato in mente di trasformare la vicenda della donna in un romanzo si deve non tanto alla difficoltà dell'impresa quanto al fatto che il personaggio dell'adultera sta tutto in quell'episodio, è cioè letterariamente completo, di lei sappiamo tutto quello che occorre sapere, non c'interessa né la dimensione delle sue tette né la quantità di orgasmi che riusciva a raggiungere in una notte.
Se Giuseppe Conte (L'adultera, Longanesi, pagg. 285, euro 16,60) tenta l'impresa è perché quella donna gli ha offerto un'immagine supplementare, la rappresentazione di un'eccedenza che comincia nel segreto e si spande - e qui la bravura di Conte è davvero notevole - fino a farsi romanzo, biografia, avventura godibile, emblema della storia del mondo.
Bisogna infatti dire che il romanzo è assai piacevole, scritto con grande sapienza e libertà, che la trama è accattivante e che il personaggio dell'adultera si staglia sulla pagina con fisica vivezza.
La donna ci viene presentata inizialmente già quasi anziana. Roma è stata devastata da un incendio di cui vengono accusati i cristiani, e un uomo già vecchio la trova, ancora viva, sul mare, vicino all'Urbe. Quest'uomo è Lucio Anneo Seneca, il più grande scrittore del mondo, e lei è la sua schiava.
Interrogata, tra le lacrime, la donna racconta al suo padrone la storia straordinaria della sua vita. Figlia di un pescatore di Giaffa, sposa un ricco mercante di Gerusalemme, molto più anziano di lei. La donna è bella, sono in molti a desiderarla, ma è di un giovane soldato romano che s'innamora. Di qui la storia sale fino al suo centro: l'incontro con il nazareno Yoshua, la morte trasformata in vita. La donna non si unirà ai seguaci di quell'uomo, cionondimeno il suo destino da quel momento cambierà, e il segno di quella salvezza rimarrà per sempre nelle vicissitudini future.
Ma il lettore attento capirà, da alcuni indizi, che la vera storia è un'altra. Nonostante il romanzo sia fittamente popolato, e le figure siano presentate sempre con vivacità, il personaggio del libro è uno solo: lei. Le altre sono figure dipinte, talune in rilievo, altre disegnate sullo sfondo. Questo perché «lei» non è soltanto l'adultera del Vangelo: lo diventa, ma prima di quella metamorfosi esiste già tutta intera.
È la poesia. Conte, oltre che romanziere, è un grande poeta, e la poesia è il codice genetico della sua scrittura, anche di quella in prosa. La vivezza fisica di questo personaggio sarebbe stata impossibile da ottenere se questa forza femminile non si fosse trovata da sempre lì, presso il poeta, pronta ad assumere le fattezze di quella donna così simile a lei: infedele agli occhi del mondo perché fedele solo a se stessa; piena di venerazione dinanzi a una forza più grande (Gesù) ma incapace di farsi sua seguace, eppure grata per l'immensità di quelle parole, le sole da lei intese: «Va' e non peccare più».
Che non significa tanto: va' e non tradire più tuo marito, bensì: va', e sii veramente te stessa. Perché il peccato è ciò che non ci fa esser quello che siamo. E questa donna non è una puttana, non si può ridurre a questo, così come la poesia non si riduce a una serie di momentanee accensioni, ma porta in sé il destino dell'universo, e non teme perciò di affrontare la storia e i suoi orrori, fino a farsene testimone veridica.
L'adultera è un romanzo molto più manzoniano di quanto possa apparire in superficie. Lo è nell'attitudine prosaizzante del poeta, nella distribuzione della materia immaginativa, nella freschezza delle immagini mai richiuse in se stesse e nell'impostazione del complesso rapporto che lega la poesia e la storia umana.