Il mistero dell’ucraina scomparsa saga di banalità e luoghi comuni

In una sorta di complicità coatta, la critica, non il pubblico, decreta il trionfo autoriale di un film insopportabile: Come l’ombra, presuntuosa, criptica e sciatta incursione nel più vieto minimalismo nostrano, dilatato fino al delirio attraverso una fotografia soltanto tecnicamente brutta, come dire che ciò che è brutto è in realtà bello, se ci si vuole perdere dietro questi teoremi, che hanno il solo scopo di spoetizzare il pubblico, che non ha neppure il diritto di capire. La vicenda, ma definire così un racconto anticinematografico è possibile solo se si è amici degli amici: comunque, c’è una ragazza milanese che invaghita di un insegnante di russo accetta di ospitare un’amica dell’uomo, proveniente dall’Ucraina. Fino a che la ragazza scompare. Fine. Dialoghi banali, somministrati col bilancino, silenzi, camere da letto, cucine, cibo, vestiti e tutti luoghi comuni della povera Milano, trattata malissimo dalla regista, come dagli extracomunitari, visti ancora una volta come vittime di una cultura urbana senza cuore. Quando si decideranno a realizzare un film su coloro che abusano della pazienza dei milanesi? Certo, è più comodo scaricarsi la coscienza abusando dei luoghi comuni, ma l’amata Marina Spada sa quali salotti frequentare e chi non è d’accordo è naturalmente reazionario, fascista, secondo il ben noto repertorio.

COME L’OMBRA (Italia, 2007) di Marina Spada, con Anita Kravos, Paolo Pierobon. 88 minuti