Il mistero delle brigate al-Masri Tanti proclami, nessuna traccia

Un anno fa diedero due giorni all’Italia per lasciare l’Irak ma nulla accadde

Claudia Passa

da Roma

Ma quante sono le brigate Abu Hafs al-Masri? Esistono per davvero? Si tratta di entità terroristiche reali o virtuali? Rappresentano il megafono di Al Qaida oppure fungono da cassa di risonanza per integralisti pazzoidi e/o per depistatori di professione incaricati di seminare panico nella popolazione e disorientamento negli apparati di intelligence? Non è facile rispondere sulla nebulosa del fondamentalismo islamico specializzata nel rivendicare qualsiasi cosa e nel lanciare minacce terrificanti che guadagnano prime pagine e telegiornali anche se, di norma, hanno un seguito pari a zero.
Fra proclami, smentite e rivendicazioni-patacca, la produzione mediatica delle sedicenti brigate Abu Hafs al-Masri sta diventando una sit-com. L’ultima puntata è andata in onda - o meglio in Rete - proprio l’altra sera quando on line hanno etichettato come «falso» il messaggio diffuso a loro nome il giorno precedente, sul medesimo forum telematico, per rivendicare i falliti attentati di Londra. Messaggio che ha tratto in inganno un po’ tutti.
Nella rettifica a mezzo telematico i presunti affiliati di Al Qaida, oltre a smentire la paternità degli attacchi andati a vuoto nella capitale britannica (in precedenza però li avevano rivendicati) rinnovano le minacce ai Paesi «crociati» senza, però, entrare nello specifico dei singoli Stati. Un avvertimento a tutto tondo, senza alcun riferimento all’Italia («i mujaheddin aspettano di colpire nel cuore le capitali dei Paesi miscredenti») con una diffida pubblica dal fare un uso indebito del loro «marchio» poiché si danneggerebbero «gli interessi della Jihad e dei mujaheddin».
Con il nuovo proclama le vere brigate Abu Hafs Al-Masri (ma potrebbero essere quelle false, ammesso comunque che esistano per davvero) se la prendono poi con quanti in misura crescente mettono in dubbio la loro esistenza. «Sono ormai sempre più ricorrenti - si legge nel testo - gli interrogativi circa l’esistenza o meno delle brigate Abu Hafs al-Masri. Interrogativi spesso accompagnati da espressioni offensive e da una rappresentazione dei fatti che noi, in questa occasione, intendiamo chiarire, giacché essi rendono una testimonianza della Jihad sulla via di Allah e degli atti di eroismo compiuti dai mujaheddin nelle spedizioni condotte nel cuore dell’Europa».
Segue poi il riferimento al defunto Mohammed Atef, numero tre di Al Qaida e consuocero di Bin Laden, dal cui appellativo di battaglia le fantomatiche Brigate prendono il nome. «Hanno ucciso il martire ma dimenticano che egli vive ancora attraverso l’esercito dei mujaheddin. Questi sono in agguato e aspettano costantemente l’occasione più propizia per colpire nel cuore delle capitali dei Paesi miscredenti».
Se la prendono con chi non crede in loro, e nemmeno si sforzano di dare una prova per supporre il contrario. Quando ci provano il risultato è talmente goffo che l’effetto sortito è contrario a quello sperato. Il top dell’autoumorismo involontario, infatti, le brigate al-Masri lo raggiungono quando affrontano l’argomento del comunicato online col quale nel 2003 avevano rivendicato il black-out di New York, che gli accertamenti avevano poi ricondotto senza dubbio alcuno ad una falla nella rete elettrica. Ebbene, le Brigate hanno taciuto per due anni. E solo ieri, dopo che informative di intelligence (pubblicate dal Giornale nei giorni scorsi) hanno ripreso questo ed altri episodi simili per mettere in dubbio la loro esistenza, si sono ricordate di far presente che quel comunicato era un falso. Stesso dicasi per l’attacco al Marriot Hotel di Jakarta del 5 agosto 2003: una smentita arrivata con 700 giorni di ritardo.
Giusto un anno fa, le Brigate minacciavano bagni di sangue nel nostro Paese, e la Cia ammoniva che se tali anatemi non si fossero tramutati in atti concreti entro breve tempo, i profeti di sventura avrebbero irrimediabilmente perso la faccia e ogni forma di credibilità anche tra le fazioni più radicali dell’integralismo islamico. Al contrario di quelle delle brigate Abu Hafs al-Masri, la profezia della Central Intelligence Agency s’è puntualmente avverata.
«Il 26 luglio 2004 - scrive la Cia - un proclama apparso su un sito jihadista attribuito alle brigate Abu Hafs minacciò l’Italia di ritirarsi entro un paio di giorni dall’Irak «altrimenti inizieremo a usare il linguaggio del sangue e a far tremare tutto il suolo nel cuore del vostro Paese». Era il 26 luglio 2004. Oggi mancano «due giorni» al primo anniversario dei «due giorni di tempo» concessi all’Italia per togliere le tende da Nassirya e Bagdad. Non è successo niente. Ma c’è da scommettere che se il pericolo di attentati denunciato dal ministro Pisanu dovesse concretizzarsi, quel giorno le permalose brigate-fantasma correrebbero a metterci cappello.