Il mistero di essere mamma

La notizia era già terrificante di suo, ma un particolare l’ha resa ancor più straziante. È l’immagine - che possiamo solo immaginare - di lei, di Melania, che in piedi su una sedia aspetta il papà alla finestra, ne attende lo sbucare sulla via, ne assapora già l’abbraccio, i baci, le feste, la favola raccontata sotto le lenzuola rimboccate. C’è un momento più bello di questo, nella nostra ahimè quante volte grigia vita quotidiana? No che non c’è. Conserviamo nel cuore perfino la memoria di quando eravamo noi i bambini, e il nostro papà l’eroe che ci riempiva la vita; e ora che siamo genitori, quel vedere i nostri bambini alla finestra che si illuminano all’improvviso agitando la manina, è - come dire - il momento che in fondo ci salva, ci redime perché spazza via d’un tratto tutte le balle che abbiamo in testa.
La sera - maledetto mestiere - torno tardi a casa. I miei figli dormono già. Proprio l’altro ieri avevo appeso dietro la scrivania il biglietto che ho trovato l’altra notte sulla tavola: «Papi le noci sono per te, un bacione da Martino, butta i gusci dove li ho buttati io cioè qua», e c’è una freccia che indica un vassoio di cartone lì a fianco, la scrittura è quella della seconda elementare, tra un paio d’anni anche Melania avrebbe saputo scrivere così. No davvero, non c’è momento più intenso di questo dell’abbraccio tra un figlio e un papà che ritorna.
Eppure è stato durante quell’attimo di paradiso che Melania è stata spinta giù dalla mamma. Com’è possibile?, ci chiediamo tutti. Anzi lo urliamo: com’è possibile uccidere la vita della nostra vita?
Credo che siamo soprattutto noi papà a non saper rispondere. Sì, spingiamo il passeggino e allattiamo con il biberon. Ma non siamo stati noi a essere diventati, all’improvviso, due persone invece che una. Non siamo stati noi a portarlo in grembo, a partorirlo con dolore, a vedere che una parte di sé diventa altro da sé.
Noi giornalisti siamo maestri, purtroppo, a banalizzare ogni cosa. Così anche ieri abbiamo trovato, e messo nei titoli, la parolina che spiega tutto: depressione. Ma che sciocchezza. La depressione è una brutta bestia, ma con mille teste, e se tutti coloro che da quella bestia vengono azzannati arrivassero a uccidere, la terra sarebbe spopolata. «Depressione»: è la parola-totem che usiamo per sbrigare frettolosamente troppe pratiche, per spiegare un tanto al chilo il Male che misteriosamente e puntualmente si affaccia e colpisce.
Medea era femmina, e son le mamme a uccidere i loro figli. Una mamma sa quale terribile potenzialità ci sia dietro alla frase con cui a volte si sgridano i figli: «Come ti ho fatto ti disfo». Che ne sappiamo noi maschi? Che cosa possiamo capire di quel che accade già al momento del test di gravidanza, quando la donna esce dalla sua dimensione di sempre ed entra in un’altra, parallela? Non bastano le carezze e i regali, non bastano i completini ricamati a mano, non basta nulla di ciò che possiamo sforzarci a fare: da quel momento la donna è sola.
C’è anche la gioia della maternità, si dirà. Certo. Se così non fosse, far figli non sarebbe la cosa più naturale di questo mondo, e le mamme assassine sarebbero la maggioranza, e non una per fortuna esigua minoranza di cui si occupa solo la cronaca nera. Certo che c’è la gioia. Ma la vita è strana, tutto si svolge tra le due polarità opposte, ogni giorno contiene la notte, il sole contiene la luna, il dolore contiene la gioia e la paura contiene la fiducia. Ed è quando in una mamma prevale il polo negativo che la distruzione si vendica della creazione.
E poi. Lungi da noi la sociologia d’accatto. Ma siamo sicuri che non ci sia, dietro al ripetersi di tanti casi come quello di Melania, il segno di una delle follie del nostro tempo? Leggo su una rivista d’ostetricia, D&D, che «la donna oggi è sola nella sua maternità (...) incontra periodicamente un ginecologo più o meno asettico che in 10-15 minuti ne sonda la biochimica e la continenza, nessuno risponde a domande e dubbi tipici del percorso. La nascita del figlio non è considerata l’apice di una storia d’amore ma un percorso insidioso e rischioso da congelare e mettere sotto il controllo delle macchine».
Ma sì: ci illudiamo che sia tutta una questione di macchine, di tecnologia, di biochimica. Ma l’uomo - e il mistero della donna che l’uomo è chiamata a ri-crearlo continuamente - sono cose ben più complesse, a volte più drammatiche.
Michele Brambilla