Il mistero della matita: il tratto che resiste al futuro

Nell’era dei palmari, dei computer ultrapiatti e delle penne elettroniche, il lapis non perde il suo fascino in nome di un passato glorioso. Da Picasso a Carlo Rambaldi tutti i più grandi artisti ne hanno fatto un oggetto di culto

La notizia è di poche settimane fa: dal prossimo anno le scuole italiane manderanno a poco a poco in pensione la vecchia lavagna in ardesia nera per sostituirla con schermi luminosi interattivi collegati ad un computer portatile. Basta gessetti bianchi e cancellino, agli insegnanti sarà sufficiente schiacciare uno o più tasti per spiegare, anche con l'aiuto di suoni e colori, equazioni algebriche e coniugazioni e altrettanto accadrà agli studenti per rispondere alle inevitabili interrogazioni alla lavagna.
Scompare così un altro simbolo dei tempi andati, archiviato dai supersofisticati marchingegni tecnologici. Nell'era di palmari, di agendine elettroniche, di computer ultrapiatti, di scanner portatili poche cose sembrano resistere all'assalto dei nuovi mezzi di scrittura: una è la matita. E pensare che le sue origini si perdono nei secoli, quasi come un prezioso oggetto d'antiquariato. Risalgono, infatti, al sedicesimo secolo le prime testimonianze dell'esistenza di oggetti simili al lapis: in un libro del tedesco Konrad Gessner, datato 1565, venne trovato un piccolo pezzo di grafite, una semplice punta intagliata molto artisticamente, di quelle che poi fu usuale trovare attaccata con una corda alla scrivania o all'agenda anche in tempi più recenti. La prima matita vera e propria, però, la più antica del mondo, realizzata in ruvido legno di tiglio, fu scoperta all'incirca un secolo fa durante i lavori di restauro di una vecchia casa situata nella regione tedesca Swabian, sorprendentemente immobile sopra la trave del tetto, probabilmente dimenticata da un carpentiere durante la costruzione della casa, risalente al 1630, e rimasta poi nascosta lì per secoli.
Colorate o in bianco e nero, tra le mani inesperte dei bambini pasticcioni o in quelle abilissime degli artisti, nei taschini dei politici, sulle scrivanie dei potenti magari impreziosita da rifiniture d'argento, contrassegnate con la lettera H o HB e da un numero secondo la durezza o la morbidezza del loro tratto, le matite sono il simbolo di una elegante e austera semplicità, pur non essendo tanto impegnative perché ciò che scrivono si può cancellare, ricalcare, trasformare una, dieci, cento volte. Pochi oggetti sanno regalare emozioni paragonabili allo scorrere di una matita ben appuntita su un foglio di carta, una sensazione che comincia già dal profumo che quel pezzo di legno, di cedro rosso o di ontano, di ginepro o di tiglio, più o meno grezzo, riesce ad emanare. Lo hanno sempre saputo i maestri dell'arte di tutti i tempi, da Leonardo a Tiziano, da Caravaggio a Raffaello, che con un sottile tratto di grafite hanno disegnato schizzi, bozzetti, disegni preparatori memorabili. Lo hanno confermato i più famosi vignettisti e cartoonist, da Forattini ad Altan, da Crepax a Pratt che proprio in punta di matita hanno firmato le loro strip più ironiche o satiriche ma anche le storiche avventure dei personaggi da fumetto. Lo hanno dimostrato anche i più celebri sarti dell'haute couture che con un semplice tratto da sempre danno forma a guizzi, a mode, a sogni di bellezza disegnando silhouette da passerella proprio con un rapido schizzo.
A dare il nome di matita ci pensarono i latini che però con il termine «lapis haematitas», pietra di ematite, intendevano i pezzi di ossido di ferro con il quale gli antichi incidevano le rocce, mentre a denominare il minerale che forma la mina al suo interno, la grafite, fu il chimico e farmacista tedesco Carl Wilhelm Scheele: per battezzarla scelse un termine che richiamasse il più possibile la parola greca che significa scrittura.
A creare invece il primo esemplare da esportazione, che attraversò i secoli e i confini per la sua rigorosa bellezza fu nel 1905 il conte tedesco Alexander von Faber-Castell, capostipite di uno dei marchi più celebri per chi ama lo scricchiolio della grafite sulla carta, che decise di darle una forma esagonale per impedire che rotolando il lapis scivolasse dal tavolo. Da allora la sua Castell 9000, con l'inconfondibile fusto verde e la scritta dorata, è stata impugnata da celebri personaggi: con questa matita Joseph Beuys ha creato i suoi graffiti concettuali, Federico Fellini ha tracciato i suoi disegni ironici femminili ed extrasize e Carlo Rambaldi ha inventato l'intramontabile extraterrestre E.T. Oggi Faber-Castell continua a produrre la 9000. A guidare l’azienda è il conte Anton Wolfgang von Faber-Castell. Ironia della sorte lui non ama disegnare, e l’ultima volta che ha usato un pastello è stato al liceo. Le matite - dice - preferisce vederle in mano agli altri. Molti esemplari storici, compreso quello della matita più vecchia del mondo, oggi sono custoditi nell'affascinante museo di Stein, a pochi chilometri da Norimberga, assieme a manifesti pubblicitari e scatole di metallo portapastelli che hanno fatto la gioia di generazioni di adulti e bambini, proprio dove nel 1761 venne aperta una delle prime fabbriche di matite del mondo.
Eppure nonostante l'aspetto ruvido e un po' antiquato, reso più accattivante da lucidature multicolor o da forme certamente più sinuose di tanto tempo fa, le matite riescono anche a tratteggiare frivolezze, per esempio il trucco delle signore: morbide o dure, a stilo o sotto forma di eyeliner aiutano a delineare meglio il maquillage, a rendere più intenso lo sguardo e più seducenti le labbra, a modellare meglio il volto, in mille differenti colori.
Matite che sanno lasciare il segno, oggi come tanto tempo fa. Non per sempre, però, e questo è un bel vantaggio rispetto a penne e pennarelli dell'ultima generazione. Basta una passata di gomma per cancellare pensieri compromettenti, schizzi senza valore, idee mal riuscite, brutte copie senza un futuro raccontate proprio dai lapis. Basta rifare loro la punta per ricominciare a graffiare i fogli in cerca di un'ispirazione forse precaria, ma quasi sempre poetica, fino a quando le matite, consunte per l'uso, sembrano dissolversi e scomparire nel nulla. Sicuramente meno ingombranti e meno invadenti di tutte le altre diavolerie di scrittura elettronica.