Mistero: Mills corrotto senza mazzette

Verrebbe da sostenere che David Mills se la sia meritata, quest’assurda condanna a 4 anni e sei mesi: ma sarebbe, oltreché poco serio, ingiusto. Il problema, non da poco, è che David Donald Mackenzie Mills si è rivelato un imputato così disastroso da far pensare che le ragioni della sua condanna possano risiedere nel suo comportamento processuale: stiamo parlando di un uomo, rammentiamo, che ha dato infinite versioni della vicenda che lo riguarda. Leggere le motivazioni della sentenza, per il resto, sarà quantomeno istruttivo: il giudice Nicoletta Gandus dovrà spiegare come sia possibile condannare un uomo per corruzione nonostante l’accusa non abbia prospettato di quali soldi si parli, di quanti soldi, dati da chi, quando e persino perché.

Sino a poco tempo fa il pm Fabio De Pasquale ancora ammetteva che «per accertare l’effettiva provenienza dei fondi risulteranno prevedibilmente necessarie ulteriori ricerche», ma da allora non è cambiato niente. Di questi 600mila dollari che Mills avrebbe ricevuto per essere reticente in due processi, al dunque, non esiste traccia riconducibile a Berlusconi e a nessun altro ipotetico corruttore. Nelle varie udienze si sono succedute cifre e analisi tecniche per la noia dei cronisti che non ne potevano più, e che a loro volta hanno dovuto ammetterlo: qui non c’è niente, si parla di assassinio ma non c’è il morto.

Che cosa c’è, allora? C’è, anzitutto, una condanna che permette di impiccare lo status morale di Berlusconi allo status giuridico di Mills: questo nonostante Berlusconi non sia ancora stato processato (per via del Lodo Alfano) e nonostante il collegio che lo processerà non potrà essere lo stesso che ha condannato l’avvocato inglese. In questo clima, a parer nostro, vi è da chiedersi se la scelta di ricusare il giudice Nicoletta Gandus non sia servita soltanto ad arroventare gli animi e a politicizzare ulteriormente tutto l’affare: col risultato, presumibile, di ricompattare un giudice sicuramente di sinistra e tuttavia ritenuta sufficientemente schiva e moderata (Nicoletta Gandus) a una pubblica accusa ritenuta senz’altro più schierata di lei. La pressione ambientale, insomma, potrebbe aver favorito una sentenza suicida che qualsiasi Appello dovrebbe ragionevolmente smontare: anche perché la sortita del pm Fabio De Pasquale di postdatare la commissione del reato a marzo del 2000, così da evitare la prescrizione, non sta insieme neppure con lo sputo: e ne convengono davvero tutti. È lecito credere che il processo vada comunque in prescrizione, insomma, ma nondimeno che la cosa sia stata calcolata: così da poter dire, minore dei mali, che un’altra prescrizione abbia salvato Mills e di riflesso Berlusconi.

David Mills ha denotato una condotta che definire maldestra è cosa gentile. Trattasi, ricordiamolo, del creatore della galassia di società che gestiva il comparto estero di Fininvest: dunque l’amministratore della processatissima società All Iberian. Ecco: il pm Fabio De Pasquale l’ha accusato di reticenza, ma le testimonianze di Mills al processo All Iberian non furono contestate dall’accusa, bensì dalla difesa: Silvio Berlusconi, cioè, in primo grado fu condannato anche per quanto detto da Mills. Da qui, inevitabile, una prima difficoltà a credere che Berlusconi possa averlo ricompensato per una condanna. Mentre è indubbio, al di là di questo, che Mills abbia combinato degli incredibili pasticci.

Le certezze restano poche. È accertato che Mills a un certo punto ebbe la disponibilità di una certa cifra, e che su di essa non voleva pagare le tasse. La provenienza di questa cifra, morale, non è stata accertata. È accertato che Mills chiese la consulenza di uno dei suoi commercialisti, Bob Drennan, e gli lasciò una lettera dove scriveva o inventava che la cifra in questione corrispondeva al regalo di un certo Carlo Bernasconi, un premio a seguito di alcune testimonianze rese in due processi italiani. La lettera finì poi al Seriuos Fraud Office, l’antiriciclaggio inglese: che chiese spiegazioni a Mills. E da qui le versioni di quest’ultimo cominciano ufficialmente a pazziare.

Mills dapprima parlò di un ringraziamento per una dritta speculativa su alcuni fondi: ed è la seconda versione. La terza potrebbe essergli costata la condanna, e la diede alla Procura di Milano il 18 luglio 2004. Interrogato per più di dieci ore, Mills crollò ufficialmente, tirando in ballo Berlusconi. Dove? Come? Altro assurdo paradosso: non lo spiegò, e i pm non glielo chiesero. Senza contare che una versione ancora diversa, e inquietante, Mills la fornì al Daily Telegraph: disse che i magistrati l’avevano inquisito con cattiveria sino a fargli dire, estenuato, «Scrivete qualcosa e io lo firmerò». Una versione ancora diversa, ma ricorrente, Mills la ripropose poi ancora al Fisco inglese: con cui definì, perlomeno, la sua vertenza. Morale: pagò le tasse su quella famosa cifra, i 600mila dollari. Pagò le tasse su una cifra, cioè, che gli investigatori inglesi non hanno ritenuto fosse di provenienza illecita. Il fisco inglese ha creduto a Mills, insomma, e i magistrati italiani no.

La versione finale, una volta regolato il fisco, Mills l’ha immortalata in una memoria per il processo finito ieri: quei soldi, scrisse, li aveva avuti da tal Diego Attanasio, un armatore italiano. Seguiva copiosa documentazione a riguardo, nonché scuse personali a Silvio Berlusconi per averlo coinvolto. «Sono un idiota, non un malfattore» ha detto Mills di recente. Da credergli ciecamente, in ogni caso.