Il «Mistero» secondo de’ Giorgi riscopre il linguaggio del popolo

Sergio Rame

Un giullare di corte in salsa bergamasca. Un indisponente per professione il cui pungente senso della satira si scaglia contro la corruzione, l’avidità e l’ipocrisia. Eugenio de’ Giorgi reinterpreta le sconfinate schiere di personaggi del Mistero buffo di Dario Fo per farli rivivere, in questi giorni, sul palcoscenico del Teatro Olmetto. Studioso e interprete della Commedia dell’Arte, de’ Giorgi è stato definito dal critico Ronfani «l’erede di Fo, per non dire suo figlio spirituale», per la capacità di trovare una sua propria linea espressiva.
«Oh, gente, venite qui che c’è il giullare! Giullare son io, che salta e piroetta e che vi fa ridere. Oh, gente, venite qui che c’è il giullare! Giullare son io, che salta e piroetta e che vi fa ridere».
Prima del gesto, la parola. La forza di quest’opera, che segna un momento di profondo rinnovamento del teatro italiano, giace soprattutto nel linguaggio, qui reinventato attingendo ai dialetti pavani dei secoli XIII e XV, con effetti esilaranti: il grammelot. Il termine «mistero» veniva usato già dai greci dell’epoca arcaica per definire culti esoterici dai quali prendevano vita le rappresentazioni di eventi sacri: i misteri dionisiaci. Il termine fu, poi, ripreso dai cristiani per indicare i propri riti, fin dal II secolo dopo Cristo quando sorgevano le prime comunità. Mistero che è, al tempo stesso, spettacolo teatrale e rappresentazione sacra.
Spettacolo tra i più noti e rappresentati in Italia e all’estero, Mistero buffo, scritto nel 1969, ha superato i 5mila allestimenti e si rivela, nonostante gli anni, un’opera sempre valida. Il «manifesto della giullarata popolare» diventa, così, la rappresentazione dei temi sacri in forma ironica, in chiave grottesca e satirica. Chi ha inventato il mistero buffo è stato il popolo.
«Il dialetto è una forza unica e incredibile - spiega de’ Giorgi -, ha la capacità di sminuire i gesti e dare forza alle parole: il suono del dialetto ti fa capire i colori del sentimento».
Come un’energia che spinge dal basso, questa comicità al tempo stesso sottile e grossolana si fa strada sul palcoscenico portandosi dietro tutto quel mondo che è il cuore di ogni società. Il teatro - specie quello comico-grottesco - è sempre stato il primo mezzo di espressione, di comunicazione, ma anche di provocazione e di agitazione delle idee. Il teatro, insomma, era il giornale parlato e drammatizzato del popolo.
In trentacinque anni - a partire dal suo trionfale debutto, in scena il primo ottobre del 1969, a Sestri Levante - Mistero buffo, il gioiellino confezionato dal Nobel Dario Fo, ha superato i cinquemila allestimenti in Italia e all’estero, con esiti trionfali. È un testo comicissimo. Come nelle piccanti satire di Molière o ne L'albero degli zoccoli di Olmi, de’ Giorgi usa il riso come arma contro i bigotti e i falsi. L’ironia, il sarcasmo e il lazzo sono gli elementi più forti che colorano e infuocano questo Mistero buffo diretto da Vito Molinari.
«La forza di Arlecchino, in quanto giullare - continua l’attore - è quel suo caratteraccio che gli permette di recitare la parte del pazzo e dire le verità più grandi». Un perfetto congegno teatrale che, con il gusto di dissacrare tutti i tartufi della terra, racconta la tacita, millenaria storia delle classi subalterne in una satira politica e di costume che mantiene intatta nel tempo la sua carica corrosiva.
«È una forma di teatro molto all’avanguardia - conclude de’ Giorni - che spinge il pubblico ad apprezzare in maniera divertita grandi tematiche che da tempi immemori sono applaudite dal popolo».
Il costo dello spettacolo, che sarà in cartellone fino a domenica 7 maggio presso il Teatro Olmetto (via Olmetto 8/a), è di 11 euro (ridotto 8). Per prenotazioni e informazioni telefonare allo 02-875185.