MISTERO STALIN L’attaccante indifeso

Cosa fa il leader di una nazione assalita all’improvviso da un esercito nemico? Si piazza al suo posto di comando, non si stacca un attimo dalla scrivania. Soprattutto se ad attaccare è l’esercito, agguerritissimo e vincitore su tutti i fronti, del Führer Adolf Hitler. E soprattutto se il leader sotto attacco si chiama Stalin, uomo abituato a tenere ogni cosa sotto controllo. E invece no.
Il 29 giugno 1941, a una settimana dall’attacco della Luftwaffe e delle truppe corazzate del generale Guderian, che avevano appena espugnato Minsk, Stalin, invece di essere al Cremlino, se ne stava rinchiuso nella sua dacia di campagna. Tutto solo, nell’unica stanza che usava sia per dormire sia per lavorare, senza rispondere al telefono. Quando una delegazione di maggiorenti sovietici (tra cui Molotov e Berija) si presentò per invitarlo a riprendere il suo posto di comando, per un attimo sembrò pensare che fossero venuti lì a eliminarlo, in quanto responsabile della disastrosa disfatta del fronte occidentale.
Il comportamento di Stalin nel momento in cui i tedeschi scatenarono, all’alba del 22 giugno 1941, l’operazione Barbarossa è uno dei tanti punti di domanda della storia recente. Constantine Pleshakov, storico russo che insegna negli Stati Uniti, ha tentato di risolverlo con il libro Il silenzio di Stalin, appena tradotto in italiano da Corbaccio (pagg. 368, euro 24). È una ricostruzione minuziosa e dettagliata di quanto avvenne tra il Cremlino e il fronte occidentale nei primi dieci giorni dell’invasione tedesca. Pleshakov ha usato documenti usciti di recente dagli archivi ex sovietici. Sperando, tra l’altro, che ne possano uscire ancora, poiché lo stesso Pleshakov denuncia come il governo di Vladimir Putin stia di nuovo sbarrando gli accessi agli archivi. Pleshakov tra l’altro insiste su un punto che è ancora oggetto di discussione: i russi, consapevoli che il patto di non aggressione con Hitler era effimero, stavano effettivamente preparandosi a invadere la Germania.
Che i russi stessero per attaccare era la tesi propagandistica a cui i nazisti si appellarono per giustificare la violazione del patto Molotov-Ribbentrop. Un pretesto, poiché Hitler meditava da tempo un’ulteriore espansione a Est. Ma Pleshakov cita alcuni documenti pubblicati nel 1998, da cui risulta che tra l’estate e l’ottobre del 1940 Stalin discusse con alcuni suoi generali una serie di piani di attacco alla Germania, da realizzarsi nel 1942. Entrando in guerra nel 1941, dunque, Hitler avrebbe prevenuto i sovietici, gettando nel panico Stalin, del tutto impreparato perché pronto ad attaccare e non a difendersi, convinto che i tedeschi, ancora impegnati contro la Gran Bretagna, non avrebbero mai commesso la follia di aprire un secondo fronte.
Spetterà agli storici di professione valutare queste tesi. Ma anche per il lettore non specialista è interessante l’accurata ricostruzione dell’entourage di Stalin e delle prime battaglie dell’operazione Barbarossa. Tragedia e commedia si intrecciano in una dimensione surreale. Una scena che resta impressa è questa: Nikolaji Vasugin, ufficiale altero e aitante, commissario politico dell’Armata Rossa, impartisce un ordine insensato che manda al massacro decine di migliaia di soldati. Si pente e si presenta al segretario del partito in Ucraina, Nikita Krusciov. «Avrei deciso di spararmi», gli dice. Krusciov, che passava per un fesso ma invece se ne stava astutamente in disparte per sfuggire alle purghe staliniane, prima cerca di calmarlo ma, alla fine, da uomo di buon senso, davanti a quella che gli pare retorica militarista, sbotta: «E allora sparatevi!». Vasugin obbedisce: prende la pistola e si ammazza lì, di fronte alla scrivania di Krusciov, che scappa via terrorizzato per chiedere aiuto.
Insomma, era il caos. Armate sovietiche che vagavano senza meta, ricevendo ordini contraddittori e spesso insensati (nei primi giorni di guerra morirono ben 600mila soldati russi, spesso in inutili contrattacchi). Popolazioni civili che subivano sofferenze incredibili, anche con l’aiuto dei volonterosi carnefici ucraini che, in odio ai russi e a Stalin, davano una mano nella caccia agli ebrei e ai membri del Pcus. Figure che paiono uscite da un romanzo, come il generale Konstantin Rokossovskij: incarcerato e torturato durante le grandi purghe staliniane, spedito per trenta mesi in un gulag, viene rilasciato per combattere i tedeschi e si mostra incredibilmente fedele a Stalin.
In linea di massima, nessuno esce bene dal libro di Pleshakov: neppure l’eroico maresciallo Georgij Zukov, che quattro anni dopo entrerà trionfante a Berlino. Ma ciò che colpisce di più è che davvero tutto, fino a un attimo prima, avrebbe potuto accadere. Stalin non si fidava di Churchill, che gli mandava avvisi sull’imminente invasione tedesca. Soprattutto dopo il bizzarro viaggio in Inghilterra di Rudolf Hess, braccio destro di Hitler, temeva che Gran Bretagna e Germania facessero pace per rivolgersi poi contro di lui. Erano progetti che qualcuno accarezzava, almeno a Berlino (Göring, per esempio). Dall’altra parte, Hitler blandiva Stalin per indurlo a scendere in guerra accanto a lui, e a invadere i possedimenti britannici in Asia. Ma l’operazione Barbarossa sciolse i nodi della storia e decise le sorti della Seconda guerra mondiale.