Mistero su Gheddafi. Ucciso dalle bombe?

Il colonnello Gheddafi è morto, ferito oppure in perfetta forma, nonostante le bombe, e salterà fuori con la sua ennesima e prolissa apparizione televisiva? Il dubbio è d'obbligo, dopo i pesanti bombardamenti di Tripoli di lunedì notte, che avrebbero puntato anche ai rifugi segreti del nemico numero uno della Nato. Non solo: dal 30 aprile, quando gli alleati hanno centrato la casa del figlio, dove si trovava Gheddafi, si rincorrono le voci sulla "scomparsa" del capoccia libico. Nel bombardamento mirato sono morti l'erede più giovane, Seif el Arab, e tre nipotini. Il colonnello l'avrebbe scampata, ma ieri il vescovo di Tripoli, Giovanni Martinelli ha dichiarato: «Non ho alcuna notizia che sia morto. Magari è stordito, ferito o ha scelto di mettersi da parte, dopo l'uccisione del figlio».
Anche la Nato ci ha messo del suo per alimentare il giallo. Alla domanda dei giornalisti se il Colonnello sia vivo o morto, il generale Claudio Gabellini ha risposto: «Non abbiamo nessuna prova su cosa Gheddafi stia facendo e non ci interessa realmente». L'alto ufficiale italiano è coinvolto nella pianificazione del conflitto in Libia e ci tiene a ribadire, cozzando con la realtà dei fatti, che «la Nato non colpisce individui, ma centri di comando e controllo perchè vogliamo che Gheddafi smetta di dare ordini di attaccare i civili. Non siamo interessati alla sua vita».
Sul campo, come era già capitato con i serbi a Belgrado, i caccia avrebbero centrato la televisione di Stato e l'agenzia di stampa ufficiale Jana a Tripoli. La tv è la grancassa propagandistica del regime a tal punto che uno dei più noti presentatori appariva spesso in studio brandendo un kalashnikov.
Gli obiettivi degli attacchi notturni sarebbero stati anche i rifugi segreti di Gheddafi e non solo Bab al Azizya, l'ex bunker del colonnello. A Tripoli hanno udito almeno otto esplosioni molto forti, ma i governativi sostengono che sono stati colpiti edifici civili. Un ospedale è risultato danneggiato dalle esplosioni su un obiettivo, non identificato, poco distante.
Il generale Gabellini ha svelato che «dal 31 marzo ad oggi i velivoli della Nato e dei partner hanno condotto circa 150 sortite al giorno. Dall'inizio dell'operazione sono state condotte oltre 5.500 missioni di cui oltre 2.200 di attacco». Oltre al giallo sulla sorte del colonnello se ne è aggiunto un altro sul portavoce governativo, Moussa Ibrahim. Un sito dei ribelli libici annunciava, ieri, che avrebbe tentato di fuggire in Tunisia, ma sarebbe stato scoperto ed eliminato come disertore. L'Ansa continuava a citarlo, fino alle quattro del pomeriggio, con dichiarazioni sui bombardamenti della notte precedente. La nebbia della disinformazione si addensa anche su un'ipotetica rivolta armata in alcuni quartieri della capitale annunciata dalla tv Al Arabiya. Un'altra notizia incontrollata dava per certo che la bandiera dei ribelli sventolasse su Mittiga, l'aeroporto militare verso il sobborgo di Tagiura, dove cova la rivolta. I governativi hanno smentito sostenendo che «è tutto tranquillo».
Invece non ci sono dubbi che si combatte a Misurata, la terza città del Paese, a ovest di Tripoli. Dal 2 maggio la Nato ha distrutto 30 obiettivi governativi, fra artiglieria, carri armati, lanciamissili e depositi di munizioni attorno alla Stalingrado libica. I ribelli stanno rompendo l'assedio e avanzano su tre direttrici. Le truppe di Gheddafi sono state respinte a 15 chilometri dal centro, ma tengono ancora la zona dell'aeroporto. L'obiettivo degli insorti è di congiungersi con le forze ribelli che combattono nell'area di Zintan. «Se l'avanzata delle ultime 24 ore continuerà mercoledì saremo alle porte della città» ha assicurato l'ex colonnello Haj Mohammad, a capo dell'offensiva. Il successo dipenderà, come sempre, dai bombardamenti della Nato: «Se fanno il loro lavoro, noi faremo il nostro», ha spiegato l'ufficiale.
Ad aprire un ulteriore fronte ci penserà la discussa giustizia internazionale. Da indiscrezioni dell'Onu, la Corte penale dell'Aia potrebbe annunciare lunedì i mandati di cattura per crimini di guerra e contro l'umanità nei confronti del Colonnello, del figlio più intelligente, Seif el Islam e del capo dei servizi segreti libici.
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