Mistler politica e vampiri

Nell’inedito racconto di Mistler, la leggenda dei non morti è una sfida senza vincitori tra modernità e tradizione

Il vampiro prima che diventasse carino e teenager. Il vampiro giocato sul filo della letteratura alta e ancora scomodo. Ancora portatore di un estetica del ributtante, carica di rabbia e tremendamente disperata. Un’estetica generata da quei contrasti feroci che furono la linfa putrida, ma vitale, di cui si nutrì la rivoluzione francese e, quindi, la modernità tutta. Ecco quello che troverete ne le Memorie del cavaliere di Villevert scritto nel lontano 1929 da Jean Mistler e per la prima volta proposto in Italia (Fazi pagg. 62, euro 10, prefazione di Giuseppe Scaraffia, in libreria dal 5 novembre).

Partiamo dall’autore e dalla letteratura. Jean Mistler (1897-1988) è stato uno dei grandi numi tutelari della cultura francese e, contemporaneamente, un paria. Da un lato la grandezza: presidente della Maison Du livre français, direttore editoriale del gruppo Hachette, Membro e segretario perpetuo dell’Académie Français, alle spalle una lunga carriera politica che lo aveva visto segretario alle belle Arti e ministro. Dall’altro la macchia indelebile: Mistler ebbe la sfortuna di essere l’uomo che nel 1940, presentò alla Camera dei deputati l’articolo unico che diede i pieni poteri al generale Pétain e trasformò la Francia in una dépendance della Germania nazista.

Bastano questi elementi a chiarire perché le Memorie abbiano la forza di racchiudere in una manciata di pagine tutti gli archetipi e i miti che si cristallizzano attorno al corpo eternamente vivo del non morto. Quel malessere messo su carta per la prima volta da John William Polidori (Il vampiro) e che aleggia in autori diversi come Stocker e Manzoni - se vi chiedete cosa c’entri il lombardo con Dracula leggete Il vampiro innominato (Medusa) - trova in Mistler il catalizzatore finale.

La storia raccontata è molto semplice, all’apparenza. Anno del signore 1757, il Cavaliere di Villevert ferito alla battaglia di Rossbach - il declino della Francia monarchica dipese anche dalle fucilate sparate quel giorno - si abbandona ad ozi terapeutici presso il castello di una sua nuova conoscenza, il conte ungherese Erdelyi. La pianura magiara e poi il lago Balaton offrono tutto quello che serve alla gioia, sono un eden premoderno: «Libertà senza licenza, familiarità tra i signori e la loro gente che ricorda la semplicità dei costumi del tempo antico. Da tempo essa è scomparsa nel nostro paese per lasciare il posto alla durezza dei padroni, all’ipocrisia e all’invidia dei servi...». Ma anche quest’eden non può durare. Se Villevert è innamorato della giovane contessa Elisabetta di Hunfalvy eguale sentimento si accende, ma in modo molto più morboso, nel cuore del vecchio e luciferino barone Cornelius di Windau. Quando la ragazza fa la sua inevitabile scelta, che fuor di metafora è anche una scelta tra lumi e reazione, tra modernità romantica e tenebroso mondo della superstizione, gli esiti sono quelli del dramma. Il barone negromante si suicida per tornare come vendicativo e sanguinario nosferatu a tormentare la ragazza. L’azione dei buoni è immediata, scoperchiano la tomba del vendicativo mistagogo e lo sottopongono a un vero e proprio processo. E mentre il cadavere, già trafitto al cuore, maledice i giudici grondando sangue, il tutto si conclude con un feroce rogo risanatore. Che però non risana un bel nulla visto che Elisabetta, ormai esangue simbolo di purezza, muore comunque.

Non finirà bene nemmeno il povero Villevert, ritorna in patria dove gli toccherà, alla fine di una vita di rimpianto, l’amaro calice che toccò a moltissimi nobili, codini o meno che fossero.
Ma l’armatura che sorregge il romanzo breve, i suoi variegati rimandi alla storia e al destino di estraneità che Mistler, con una certa capacità profetica, sentiva come suo sono meno importanti di ciò che vi è stato fabbricato sopra. La penna agile dello scrittore riesce a costruire sottili angosce che permeano quadri tratteggiati con rapidità estrema. La furia del vampiro, che nessuno può fermare è distillata in appena una pagina, anzi in una frase: «Non vedrete niente... Colui che passerà accanto a noi non è di questo mondo».

La perfetta ricostruzione delle vere «cacce cimiteriali» del Settecento è rinchiusa tutta in una singola citazione che rimanda al Magia Posthuma di Charles Ferdinand de Schertz (Olmutz 1706). La tristezza degli anni venti che sentivano l’allegria della Belle Époque dissolversi sotto il peso delle guerre passate e a venire è trasfigurata, riportata alla sua radice del primo grande allegro naufragio giacobino: «E vediamo oggi levarsi dappertutto intorno a noi lo spirito della rivolta, in nome di non so quali ideali d’uguaglianza, che non rendono né le classi superiori migliori né quelle inferiori più felici...».
Insomma il breve racconto di Mistler è il distillato del vampiro, un distillato che possiede, per usare le parole di Scaraffia, «lo sguardo ipnotico e il bacio della donna fatale». Ma non troveremo la coda in libreria per acquistarlo, ormai siamo abituati al brodino bestseller dei bei giovanotti col canino maliardo.