«Misure utilissime, adesso rivediamo gli orari di lavoro»

da Roma

Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro e direttore della fondazione Marco Biagi, pensa che gli italiani si accorgeranno della detassazione degli straordinari e dei premi?
«Certo. Era l’unica decisione da prendere nell’immediato. Non conosco nessun altro provvedimento che possa dare effetti immediati. Nemmeno i critici che hanno cercato di demolire questa misura sono stati in grado di proporre alternative credibili».
Quindi lei è sicuro che ci saranno effetti immediati?
«Sì. La legge Biagi e le altre riforme strutturali dei precedenti governi sono importantissime, ma hanno dato risultati dopo anni. Giustamente il nuovo governo ha fatto tesoro dell’esperienza passata e ha puntato su questa misura, che non è l’ultima risposta, ma è sicuramente la più immediata».
Con quali effetti?
«Il confronto tra l’Italia e gli altri Stati europei ci dice che qui si lavora troppo poco. Con la detassazione aumenteranno le ore lavorate. Poi ci sarà l’emersione di quella quota di ore che oggi vengono retribuite in nero perché conviene sia ai lavoratori sia ai datori. Oggi se gli italiani lavorano meno non è perché sono lazzaroni, ma perché non c’è convenienza economica. Io non riesco a immaginare altri provvedimenti cosi facili e semplici che possano far incrementare la produttività e aiutare i lavoratori a mettere in tasca più soldi. Certo, per completare questo percorso serviranno altre misure».
Quali?
«Sarebbe auspicabile qualche novità sugli orari di lavoro. Bisognerebbe riprendere in mano le nostre leggi, modernizzandole perché in Italia ci sono molti più vincoli rispetto agli altri Paesi europei. C’è una direttiva che è stata recepita, ma, come sempre accade da noi, è stata poi appesantita con vincoli di tutti i tipi, circolari, interpelli (quesiti di datori di lavoro o sindacati sull’applicazione delle norme, ndr)... In questa situazione per le imprese è difficilissimo lavorare».
Come dovrebbero cambiare gli orari?
«Introducendo tutti i margini possibili di flessibilità organizzativa, su come si calcolano le ore di straordinario, il riposo, i permessi e le pause. Da noi ci sono vincoli che penalizzano le imprese senza dare nessuna tutela ai lavoratori. Basti pensare che proprio in questi giorni si è parlato di 250 ore di straordinario come tetto massimo al quale applicare la nuova normativa».
E non è vero?
«Quello è il limite di legge. Ma i contratti collettivi generalmente limitano gli straordinari a 200 ore e di queste solo una piccola quota, circa 40, sono effettivamente libere e disposizione delle imprese. Il resto deve essere contrattato e quindi scambiato con altro. Il risultato è che le imprese rinunciano allo straordinario, decidono di non produrre, oppure ricorrono ai precari».
Torniamo agli straordinari. Una delle obiezioni è che con il taglio delle imposte ci rimetteranno le donne, che non ne fanno molti perché devono stare in famiglia. È d’accordo?
«Accuse che mi ricordano quando, qualche decennio fa, si diceva che il part time penalizzava le donne. Io credo che a penalizzare le donne sia la mancanza di servizi e di assistenza. E che alla fine potrebbero essere proprio le donne a essere più reattive e approfittare di questa misura. Poi non dimentichiamo che la norma è duplice. Ci sono gli straordinari, ma la tassazione separata vale anche per i premi di produttività. Sono incentivi fortissimi per chi lavora di più».
Che però, almeno per il momento, escludono i redditi superiori ai 35mila euro. È auspicabile l’estensione a tutti?
«È una norma fatta per gli operai e gli impiegati con redditi medi e bassi. La sperimentazione dirà se ci saranno maggiori entrate e quindi se sarà possibile incrementare la soglia. La logica, comunque, è positiva, perché è uno stimolo a produrre di più e quindi a creare più ricchezza».