Miti americani

Erano più di vent’anni che mi chiedevo che fine avesse fatto, per l’editoria italiana, Harold Brodkey, scrittore nato nel 1930 e morto nel 1996, in un periodo in cui l’Aids si portava via i migliori, tra cui anche il grande Hervé Guibert. Entrambi, l’uno americano, l’altro francese, sono considerati nei classici nei propri paesi, e entrambi hanno avuto il coraggio e il talento artistico di raccontare la storia della propria morte. Tuttavia neppure minimum fax, che di americani grandi, medi, piccini, importanti e così e così, ne pubblica una manciata al mese, si è mai ricordata di Brodkey. Ci ha pensato uno scrittore italiano, Mario Desiati (del quale ad aprile è attesa per Mondadori l’uscita del suo nuovo romanzo: Ternitti), direttore editoriale della Fandango, a comprarne in blocco tutti i diritti. Così prossimamente torneranno nelle librerie la Storia nel mio buio feroce, le Storie in modo quasi classico e tra gli altri anche la prima traduzione italiana del monumentale The Runaway Soul, un capolavoro di mille pagine a cui Brodkey lavorò per oltre trent’anni.
Intanto esce in questi giorni un prezioso assaggio del mondo di Brodkey, Primo amore e altri affanni, una splendida raccolta di racconti che, per l’unità e l’intensità del tono, si legge come un romanzo. Non pensateci due volte, compratelo e leggetelo: capirete subito perché il Washington Post lo ha definito, esagerando ma non proprio a sproposito, «il Proust d’America». Un Proust minimal, certo, ma non minimalista. Brodkey è un raffinato scrittore della memoria, scandisce le sue frasi in uno stile misuratissimo ma impercettibilmente dilaniante, una scrittura che si insinua delicatamente sotto la pelle di qualsiasi lettore. È uno di quegli scrittori capace di commuoverti senza che tu sappia bene perché né quando, evocando immagini proprie che, immediatamente, appartengono a chiunque. I primi sogni di un ragazzino, i primi fidanzati di una sorella troppo bella, gli anni del college, una casa sul Mississipi, le preoccupazioni di una mamma, un amico da rimpiangere, il desiderio di essere amati, in apparenza niente di speciale: non sono i nostri ricordi, sono i ricordi di Brodkey, talvolta autobiografici talvolta no, veri o artefatti e poco conta, perché li leggiamo come se fossero i nostri, l’aria che respiriamo è la nostra infanzia. È il tempo perduto individuale quello che racconta Brodkey, fatto di giornate con troppo sole e «morenti pomeriggi», le palpitazioni del primo amore, le prime emozioni, i primi turbamenti sessuali, il mondo felice dell’infanzia e dell’adolescenza, i paradisi perduti di ogni uomo. Quando tutto è irrimediabilmente passato, quando vorremmo ancora risentirne l’illusione, quando alla fine, il primo amore, a ripensarci, non è altro che uno dei tanti affanni a vuoto della vita. È ciò che, prima o poi, accomuna tragicamente la vita degli esseri umani: aver irrimediabilmente perduto la giovinezza e l’illusione della felicità.
Quanti sogni insauditi ci siamo lasciati alle spalle, e chi non ha sogni traditi, irrimediabilmente traditi? E chi non ha mai posto la sua vita in bilico su un sogno d’amore da realizzare oppure non sarebbe valsa la pena di nulla? «Io ero irrimediabilmente defraudato ed era l’irrevocabilità che mi faceva male e che alla fine mi allontanò da ogni ragionevole adattamento alla vita, fino a condurmi alla convinzione che i sogni dovevano avverarsi o non valeva proprio la pena vivere. E se i sogni si avveravano, allora, in un modo o nell’altro, avrei avuto la mia infanzia, un giorno». È anche, alla fine, il tema centrale di gran parte di molta letteratura in generale, dell’umanità adulta e della scrittura romantica ma asciutta di Brodkey: quando abbiamo smesso di essere felici? È possibile raccontarne il momento? E sarà vero che il primo amore non si scorda mai, ma forse solo perché era l’unico vero (e anche l’unico totalmente finto, come ha spietatamente svelato Marcel Proust nella Recherche nel corso dell’ultima vivisezione del sentimento amoroso tra il Narratore e Albertine), il resto solo penosi tentativi di riviverlo, altri affanni, appunto.
Tra l’altro si intitola Primo amore anche uno dei primi canti di Giacomo Leopardi (oltre a uno dei primo racconti di Samuel Beckett, sull’impossibilità del possesso), e allora per certi versi, volendo, il nostalgico Brodkey sarà anche il Leopardi d’America, perché «Vive quel foco ancor, vive l’affetto/ spira nel pensier mio la bella imago/ da cui, se non celeste, altro diletto/ giammai non ebbi, e sol di lei m’appago».