Il mitico Dalla allo Strehler porta le sue canzoni in «fado»

Igor Principe

«Io ho una gran fortuna: la gente mi prende per matto. Dico che è una fortuna perché chi mi segue sa che non amo mai prendermi troppo sul serio. Altrimenti, c'è il rischio di cadere nei radicalismi e nell'eccessivo rigore. Ciò mi garantisce apertura mentale. E di rimando, la garantisce al mio pubblico».
Se fosse autentica follia, sarebbe di quelle davvero lucide. In realtà, Lucio Dalla non è matto. È solo un artista che ama tuffarsi in quel caleidoscopio di forme, generi e suoni che risponde al nome di musica. L'ultimo mare in cui lanciarsi per una nuova esplorazione si chiama fado, ovvero l'anima del Portogallo che si fa canzone per raccontare le malinconie del destino. Dalla lo proporrà stasera al teatro Strehler, in uno spettacolo - Fado sognando - dal quale una manciata di suoi classici uscirà in una veste inedita e sorprendente. Ma solo alle orecchie dello spettatore.
«Si tratta di canzoni che ho scritto anni e anni fa - dice il cantautore bolognese -, e mentre le componevo sentivo in loro un carattere fadista. Il mare ha la grande capacità di unire i sud del mondo. In questo caso è il Sud d'Europa, Portogallo e Italia. Certo, noi emiliani andiamo a Rimini e abbiamo di fronte l'Adriatico, che non ha la grandiosità dell'Atlantico. Ma certe immagini, presenti nei miei brani, sono comuni poetica del mare: penso alla donna che davanti al mare aspetta il ritorno del suo amato. E chissà se poi davvero ritorna».
Brani che i fan di Dalla - ma non solo loro - conoscono bene: La casa in riva al mare, Sulla rotta di Cristoforo Colombo, Anna e Marco, Piazza Grande, 4 marzo 1943. Fino a una delle pietre miliari nella storia della canzone italiana, Caruso. Forse il brano che più di tutti racchiude in sé l'anima della musica lusitana per antonomasia.
«E pensare che quando l'ho pubblicato avevo una paura tremenda - racconta -: metà anni Ottanta, pieno imperare della musica dance e commerciale. Io proponevo una canzone melodica senza batteria. Da discografico di me stesso, mi sono dato del matto».
Di nuovo, la follia. Che ora è quella di chi osa. E vince. Cosa sia diventata quella canzone, è sotto gli occhi di tutti. Come sia diventata nell'arrangiamento fado, i milanesi lo scopriranno a breve.
I portoghesi, invece, lo sanno già. Lo spettacolo ha debuttato lo scorso aprile al teatro São Luiz di Lisbona, davanti a un pubblico che si è spellato le mani nel tributare il giusto consenso non solo a Dalla, ma anche ad Argentina Santos, erede riconosciuta dell'indimenticabile Amalia Rodrigues. La cantante era con lui nella capitale portoghese, e lo sarà anche allo Strehler. «Mi onoro esserne sponsor per l'Italia - dice Dalla -. È doveroso che il pubblico conosca un'artista di 82 anni capace dell'energia di Janis Joplin. Argentina è il fado, oggi. Gestisce alcuni ristoranti all'Alfama, il quartiere di Lisbona dove questo genere è nato. Per un po', la sera, lascia esibire i cantanti di turno. Poi tocca a lei: si alza dalla cassa, e nevica».
A Milano ci sarà anche Jorge Fernando, chitarrista di Amalia Rodrigues. Ma soprattutto ci sarà Marco Poeta, l'italiano innamorato di quella musica al punto da fondare a Recanati l'Academia do fado. Nel borgo che ha dato i natali al Leopardi nasce anche l'idea di questo spettacolo. «Ero lì come giurato per Musicultura Festival, il premio più serio in Italia in fatto di musica - dice Dalla - . Sapevo che Poeta era in platea. L'ho chiamato sul palco, abbiamo suonato un paio di brani ed è nata l'idea di prolungare quella felice esperienza».
«È una rigenerazione di me stesso sotto altri segni - conclude il cantautore -. Cantare i miei brani in fado vuol dire rivoltarli da cima a fondo».