Il mito ambiguo di San Sebastiano

Tra i ragazzi più belli della storia dell’arte, erotici e conturbanti, ci sono i San Sebastiano. Genova ne ha riuniti eccezionalmente cinque, degli otto dipinti nella prima metà del Seicento da Guido Reni, in una curiosa mostra («Guido Reni. Il tormento e l’estasi. I San Sebastiano a confronto», Musei di Strada Nuova-Palazzo Rosso, sino al 20 gennaio). Sono uno più sexy dell’altro. Ma come ha fatto questo santo, da vecchio barbuto a trasformarsi in un languido adolescente? All’inizio, nel VII secolo, un anonimo mosaicista lo rappresenta, nella basilica romana di San Pietro in Vincoli, come un venerabile difensore della Chiesa, con barba e toga. Nel corso dei secoli San Sebastiano viene via via dipinto come un martire, colpito da frecce in tutto il corpo e, nel Trecento, le frecce diventano simbolo della peste. È nel Quattrocento che il corpo martoriato del santo non rappresenta solo l’esaltazione della sofferenza, ma anche la resistenza fisica al dolore e alla morte. La sua carne incorruttibile diventa sinonimo di forza, giovinezza, bellezza: così lo dipinge Antonello da Messina nello straordinario San Sebastiano di Dresda. Sopravvissuto alle frecce pestilenziali, il santo diventa attraente come un Cupido, che usa le sue frecce con allusioni erotiche, come lo dipingono nel Cinquecento Bronzino e altri artisti. Il pittore ed erudito Lomazzo ne definisce l’iconografia come quella di «un corpo nudo, bello, affascinante e bianco». La Chiesa non è d’accordo e nella Controriforma detta regole repressive. Ma ormai i San Sebastiano, sulla scia di grandi artisti come Leonardo che ne fa l’icona gay del suo amato Salaì, sono giovinetti androgini di cui si innamorano poeti, letterati e artisti. Esiste una vera e propria parata di estimatori, dal pittore Gustave Moreau, che dipinge un angelico San Sebastiano, nudo e dai lunghi capelli, a Pierre et Gilles, che immortalano un bruno ragazzo pasoliniano simile a quelli delle terrecotte quattrocentesche.