Un mito bipartisan, un po’ zar e un po’ dux

La figura del dittatore è stata sempre usata da destra e sinistra. È insieme simbolo dei poteri forti e delle classi popolari. Affascinò Napoleone e Mussolini, Marx e Gramsci

A una studentessa fu regalato un libro. Aveva 14 anni e affrontava per la prima volta i Commentarii: «Gallia una divisa est in partes tres...». Il libro era Il romanzo di Giulio Cesare di Luigi Ugolini, scrittore fiorentino. Benché romanzato, il libro aveva dignità di scrittura e di contenuto, certo non paragonabile alla raffinata introspezione dell’apocrifo Diario segreto di Giulio Cesare che molti e molti anni dopo avrebbe scritto il latinista Luca Canali. Ma bastò alla studentessa per innamorarsi.

Un amore totale, incondizionato, che la convinse a studiare la storia antica e il latino, consecutio compresa. Tutto per lui, per Caio Giulio Cesare, il rinnovatore di Roma, il grande riformatore. Oh, eravamo in tanti al liceo a batterci per Cesare contro Cicerone che, nel nostro estremismo giovanile, ritenevamo ambiguo e irresoluto e pure opportunista, anche se Luciano Canfora (Cesare, il dittatore democratico) lo ritiene un fine spirito politico, fatto per intendersi con Cesare, consapevole come lui che occorreva un princeps per risolvere la crisi della repubblica. Ma osteggiò Cesare e tanto bastava per rendercelo antipatico. Anche Massimo Fini confessò di aver scritto il suo Catilina «per vendicarmi di Cicerone».

Non ci domandavamo, allora, qual era il segreto di quel mito che travalicava i secoli: ci affascinavano la limpidezza del suo latino, le sue leggendarie virtù di condottiero, la clemenza verso i vinti. Di Cesare ci piaceva il volto scarno, la fronte ampia e stempiata. E le sue donne: la giovane moglie Cornelia che lui rifiutò di ripudiare per ordine di Silla, l’amante-confidente Servilia, la dolce Calpurnia che lo supplicò di non andare in Senato il giorno delle Idi di Marzo. E Cleopatra, la regina fatale. Non un amore qualsiasi. Scrisse Piero Buscaroli nel 1963 in un elzeviro sul Roma che fra loro «non era questione di pelle, di sensi, di letto. Non soltanto almeno... dovettero nutrirsi... di una passione che si chiama potere e gloria...».

Ora che in questo nostro Paese, sempre molto sospettoso verso personaggi per così dire ingombranti, si apre a Roma la prima grande mostra a lui dedicata («Giulio Cesare. L’uomo, le imprese, il mito») ritorna insistente la domanda: quali sono le ragioni di questo mito che non muore? La mostra raccoglie studiosi di grande prestigio oltre a opere eccellenti dall’antichità a oggi, per affrontare una personalità che forse, come scrive uno dei curatori, Giovanni Gentili, «resterà sfuggente alle analisi più severe».

Ma il mito? Lo storico Giovanni Brizzi, autore di uno dei saggi in catalogo, ricorda i tre grandi concetti astratti su cui fu costruito: la fortuna, la celeritas, la clementia. E conferma che con i suoi scritti «fu il grande propagandista di se stesso». Canfora spiega la durevolezza del mito con il fatto di essere contemporaneamente di destra e di sinistra: «Se da un lato Cesare è divenuto il simbolo del potere monarchico pur volendo rimanere dictator, dall’altro è l’uomo dei nuovi equilibri sociali. Affascinò Marx, a sua volta conquistato dal monumento che gli eresse Theodor Mommsen nella sua Römische Geschichte, come affascinò Napoleone III autore di una Histoire de Jules César. Fu tenuto in considerazione da Gramsci, una delle grandi menti del Novecento, che nei suoi Quaderni distinse fra un “cesarismo progressivo” (quello di Napoleone Bonaparte) e uno “regressivo” (di Napoleone III). Ma anche Gramsci, come parte della cultura di sinistra, comprende la necessità di una grande figura che egemonizzi le classi sociali in lotta, che indichi una via d’uscita dalla guerra civile strisciante».

Certo, la tentazione di identificarsi con lui dovette essere stata forte anche per altri dittatori. Il padre dell’allora studentessa, conducendola alla statua bronzea situata a Roma in via dei Fori Imperiali, le sussurrò che negli anni Trenta ogni 15 di marzo «qualcuno» faceva deporre un fascio di rose rosse ai suoi piedi. Ahi, ahi, ecco il cesarismo in camicia nera!

Ma noi liceali di allora continuavamo ad amarlo. E fremevamo di odio contro gli uccisori leggendo, nel Giulio Cesare di Shakespeare, l’orazione di Antonio davanti alla salma del dittatore con quella perfida osservazione («Bruto e Cassio, lo sapete tutti, sono uomini d’onore»). E ci sentiamo autorizzati a continuare ad amarlo oggi leggendo la sua lettera sulla guerra civile incorporata nell’epistolario di Cicerone con Attico: «Facciamo dunque un tentativo, vediamo di riconquistare il consenso di tutti e di conseguire, così, una vittoria durevole. Ricorrendo alla ferocia, altri non sono riusciti a evitare l’odio...».
In un Paese che ancora oggi non vuole porre sullo stesso piano vincitori e vinti di una durissima guerra civile, queste parole di Cesare si ergono come un monumento aere perennius, scolpite nel tempo.