Un MiTo che dobbiamo sfatare

Grande successo, pare, del festival della musica MiTo, così denominato perché suddiviso, distribuito fra Milano e Torino. Bene. Non è abbastanza chiaro, però, il senso strategico di questa ripartizione. Il pubblico non si è spostato né moltiplicato, non c'è stata transumanza di musicofili lungo l'impervia autostrada Milano-Torino: ciascuno, com'era prevedibile, ha seguito gli eventi che si svolgevano nella propria città. Né è aumentata l'efficacia dell'informazione: televisioni e giornali che tanto si sbracciano per la veltroniana Festa del cinema di Roma, hanno praticamente ignorato il MiTo. D'altra parte Milano già di suo gode di una offerta musicale abbondante e di grande qualità. Ben venga ogni occasione per arricchirla ulteriormente, ma in cosa consiste l'arricchimento ottenuto dalla sinergia interurbana? Forte è il sospetto che il senso dell'operazione consista in un soccorso finanziario a una iniziativa nata torinese e diventata costosa. È una moda ormai stucchevole dire un gran bene del «risveglio» culturale di Torino, amministrata dalla sinistra, a confronto di un presunto «declino» di Milano, patria del centro-destra. È una balla e Milano deve liberarsi di questi complessi - che non ha mai avuto - anche tornando a fare da sé. Oppure questa integrazione, questa sinergia Mi-To estendiamola anche ad altri settori. Perché limitarla alla musica? Ad esempio - e a più forte ragione - Torino condivida con Milano, capitale dell'editoria, quella Fiera del libro di cui è tanto gelosa. Per vincere il sospetto di una sinergia a senso unico.