Il mito di Giuliani rischia d’affondare nel voto in Florida

Era amato dai newyorkesi, stimato dagli americani, invidiato da noi italiani. Rudolph Giuliani, il duro che ha ripulito la Grande Mela» all’insegna del motto «legge e ordine»; il sindaco capace di risollevare il morale dei suoi concittadini dopo il crollo delle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001. La Casa Bianca sembrava scritta nel suo destino e invece oggi Rudy, come veniva chiamato familiarmente dagli abitanti della Grande Mela, appare teso, cupo, quasi affranto.
In corsa per le primarie repubblicane c’è anche lui, anche se pochi finora se ne sono accorti. Mentre gli altri candidati si azzuffavano per vincere nell’Iowa e nel New Hampshire, e poi nel Michigan e nella Carolina del Sud, lui se ne stava in disparte; puntando tutto sulla Florida soleggiata e ricchissima di delegati, che andrà al voto martedì 29 gennaio. L’obiettivo? Stravincere a Miami per arrivare di slancio al supermartedì e conquistare, se non la nomination, il diritto a correre fino alla convention di fine estate. Della serie: o la va o la spacca.
Fino ai primi di gennaio sembrava aver ragione lui, ma ora il quadro è mutato; anche perché più Giuliani fa campagna e più perde voti. In Florida era dato largamente in testa, ma dopo settimane di comizi e di spot televisivi si ritrova alla pari con John McCain. Nella sua New York va peggio: qui dovrebbe stravincere, ma i sondaggi lo danno staccato dal solito McCain di tre punti e uno addirittura di dodici. Ed è scivolato al secondo posto anche in California.
Certo, non è stato fortunato: in questa campagna elettorale si parla poco di terrorismo e di lotta alla criminalità, i suoi cavalli di battaglia. Molto, invece, di economia. Rudy ha cercato di distinguersi proponendo un’agenda liberista: giù le tasse per tutti, singoli contribuenti e imprese. Basta con la burocrazia: assicura che se diventerà presidente basterà un modulo di una pagina per compilare la dichiarazione dei redditi. Quanto all’esperienza sostiene di averne parecchia e vanta il risanamento dei conti della sua città.
Eppure tutto questo non basta a renderlo popolare. Perché su molti temi, a cominciare dall’aborto, non è sintonia con la base del partito; perché la sua vita familiare molto movimentata tra divorzi e fidanzamenti repentini, non piace al pubblico conservatore. Qualcuno dice: è antipatico, freddo, supponente. Senza dubbio. E da qualche ora molti lo giudicano anche ipocrita; colpa (o merito) del New York Times, che gli ha dedicato un ritratto durissimo, facendo emergere l’altro volto dell’ex sindaco, quello di un politico rancoroso, «che ha fatto della rappresaglia uno stile di vita e della vendetta uno strumento di governo per togliere di mezzo chiunque osasse mettersi sulla sua strada». Tra le sue vittime, persino un tassista sbattuto in carcere dopo aver protestato su un giornale per una multa.
Colpa (o merito) anche di una parte delle famiglie dei vigili del fuoco morti sotto le macerie delle torri del World Trade Center, che da tempo lo accusano di aver raccontato tante bugie sull’11 settembre e di essere un codardo, perché «quando ci fu il crollo fu lesto a scappare via». Ieri hanno manifestato proprio in Florida, dove risiedono molti pensionati newyorchesi. Giuliani conta su di loro per vincere. Ma forse ha sbagliato i conti; perché in questo Stato circa il 40% degli elettori repubblicani è legato all’esercito direttamente o per vincoli familiari. E in questi ambienti la star non è Rudy, bensì McCain.
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