Il mito del leader mina per il governo

Gianni Baget Bozzo

Durerà cinque anni il governo Prodi? Questa è la domanda che ci si poneva immediatamente dopo le elezioni che avevano visto una vittoria tecnica e non politica dell'Unione.
Il mandato politico non c'era. I quattro milioni di voti che si erano materializzati in occasione delle primarie dell'Unione e che dovevano costituire il mandato di governo di Romano Prodi, oltre la decisione dei partiti, non si sono materializzati quando sono intervenuti gli elettori nella consultazione reale. Prodi non ha avuto alcuna indicazione perché la somma dei suoi alleati non ha ottenuto un valore suppletivo dovuto alla personalità del candidato.
Diversamente era accaduto con Berlusconi, che nel ’94, nel '96 e nel 2001 aveva ottenuto chiaramente un mandato politico legato al suo partito e, nel 2001, formalmente alla sua presidenza del Consiglio.
L'evoluzione costituzionale italiana ha visto una spinta e una controspinta. La spinta ha determinato l'emersione del presidente del Consiglio, sia a livello elettorale che a livello istituzionale.
La legislazione è passata gradualmente dal Parlamento al governo in molti modi, dalla legge delega al potere dei regolamenti. Tecnicamente la presidenza del Consiglio è divenuto il luogo di elaborazione della legislazione. Il presidente del Consiglio è ad un tempo il punto di riferimento del corpo elettorale e la figura centrale nella elaborazione delle leggi.
Ma è avvenuta una controspinta: i partiti sono emersi, si sono moltiplicati e concentrati attorno alla figura dei leader dei singoli partiti. Hanno riprodotto al loro livello quello che è accaduto a livello delle coalizioni.
Ciò è già apparso nel governo della Casa delle libertà in cui, mentre il leader Berlusconi ha definito i confini della coalizione e ha cercato di inglobare tutto il centrodestra sotto le sue bandiere, Bossi, Casini e Fini hanno compiuto il medesimo sforzo ma riferito al loro partito. E quindi hanno operato contro la leadership del presidente del Consiglio che, pure, aveva il partito più forte, Forza Italia.
La stessa cosa accade ora con l'Unione. E in misura molto maggiore. Tutti i partiti sono concentrati a livello del leader.
Il peso della coalizione è stato assunto dal partito più forte della coalizione, quello dei Ds, che ha mantenuto la figura del partito ideologico e ha rinunciato a esprimere il suo candidato come leader appunto per mantenere l'unità della coalizione. D'Alema e Fassino hanno giocato, nell'Unione, il medesimo ruolo giocato da Forza Italia nella coalizione di destra.
Questo processo è stato chiamato da Mauro Calise la «terza Repubblica», e non corrisponde agli schemi nella prima Repubblica né a quelli della seconda. Prodi è in una posizione di gran lunga peggiore di quella di Berlusconi, perché i prodiani sono solo una corrente minoritaria della Margherita.
Si poteva prevedere che la legge del conflitto tra tutte le parti si manifestasse anche nell'Unione e che prendesse la forma di un conflitto di partiti federati con il partito federatore, i Ds. Prodi rimane un effetto della federazione, non la sua causa né il suo riferimento primario.
E questo è accaduto con una rapidità imprevedibile: ogni partito dell'Unione si muove curando la figura del suo leader e la frammentazione si accentua.
Marini convoca i ministri e i parlamentari democristiani della Margherita, li concentra attorno al ministro Fioroni, crea i «foriniani», la corrente democristiana della Margherita.
Di Pietro organizza girotondi e si autosospende da ministro, con violazione dei suoi compiti istituzionali.
La corrente di sinistra di Rifondazione mette in crisi la maggioranza parlamentare.
C'è grande confusione sotto il sole dell'Unione, al punto che Rutelli, alla ricerca della sua identità, invita Berlusconi alla festa annuale della Margherita.
Ma come, non è il berlusconismo la causa del declino, dello sfascio della coalizione?
Sono bastati pochi mesi, tre soli, per fare dell'Unione un mosaico i cui bordi si staccano lentamente gli uni dagli altri.
Il governo Prodi non durerà cinque anni.
bagetbozzo@ragionpolitica.it