Mitrokhin, anche gli storici chiedono di fare chiarezza

Arturo Gismondi

La commissione Mitrokhin ha avuto, nella passata legislatura, una vita assai stentata. Il perché, è apparso subito chiaro. Trattandosi di indagare sui documenti consegnati dalla ex spia sovietica alle autorità inglesi, e da queste fatti pervenire al nostro governo per la parte riguardante le attività del Kgb in Italia, la sinistra ha mostrato sin dall’inizio una diffidenza vicina all’ostilità. Ciò ha pesato sui lavori e sull’esito della Commissione al punto che non si riuscì neppure, alla scadenza della legislatura, a licenziare una relazione finale. Per Andreotti, «venne a mancare il numero legale». In sostanza, la posizione della sinistra alla fine ebbe un peso decisivo.
A questo punto il capitolo poteva considerarsi chiuso, e tale fu considerato a parte alcune riserve nel centrodestra, soprattutto da parte del presidente della Commissione Guzzanti. A riaprire di forza l’argomento è stata la esplosione di vicende drammatiche e del tutto impreviste, oltreché nuove, come la uccisione a Mosca della giornalista Politovskaja, e a Londra della ex spia Litvinenko che prima di morire aveva accusato il Cremlino. Ha contribuito a coinvolgere il nostro Paese la vicenda di Mario Scaramella, consulente della commissione Mitrokhin, che fu l’ultimo a parlare con Litvinenko prima del ricovero della vittima nell’ospedale londinese. Ove lo seguirà qualche giorno dopo la morte lo stesso Scaramella, anche lui colpito, sia pure in modo meno grave, dalle radiazioni del mortale polonio 210 divenuto oggetto, in Europa, di una autentica psicosi che non poteva non avere le sue ripercussioni in Italia.
A questo punto è difficile prevedere cosa potrà accadere, perché l’affaire, con le indagini in corso in Gran Bretagna e in Russia si è fatto così intricato che non è facile orientarsi nei suoi autentici labirinti. Chi scrive può proporsi, e proporre alle parti direttamente interessate, qualche domanda, La prima, riguarda il perché fin dall’arrivo in Italia del dossier Mitrokhin, alla fine degli anni ’90, i governi e gli apparati di sicurezza italiani si siano applicati a stendere attorno ad esso un silenzio imbarazzato e imbarazzante. Le vicende del rapporto Mitrokhin in quanto tale riguardano un passato che, con la fine dell’Urss, e con tutto ciò che ormai sappiamo di quel Paese, non dovrebbe costituire - almeno in teoria - materia di scandalo per nessuno.
Nasce a questo punto l’iniziativa di un gruppo di storici che proprio in questi giorni ha chiesto che tutta la documentazione sulla vicenda Mitrokhin e sugli sviluppi successivi sia resa pubblica sì da consentire che un tema riguardante un periodo così tormentato della storia europea possa costituire materia di studio. Fra gli autori della richiesta leggo nomi importanti, quelli di Paolo Craveri, di Giovanni Sabbatuci, di Elena Aga Rossi, di Simona Colarizi e di altri i quali ritengono inaccettabile l’idea che in Italia continuino a pesare impedimenti e code di paglia politiche in grado di impedire che si vada a fondo su questioni storicamente rilevanti. E non si vede come e perché la richiesta di accesso alla documentazione rivolta ai presidenti di Camera e Senato possa essere rifiutata. Insomma, non è detto che su tutto possa stendersi, almeno sul piano storico, la parole fine.
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