Le Mitrokhin del Papa

Il caso di Stanislaw Wielgus, il vescovo sospettato di collaborazione con lo spionaggio comunista che il Vaticano ha fatto dimettere prima che prendesse possesso dell'arcidiocesi di Varsavia, ha fatto scrivere a molti che Benedetto XVI ha fatto, per una volta, una brutta figura. Ma in verità dopo la guerra fredda e la caduta dell'impero sovietico le commissioni Mitrokhin ci sono dovunque. Si sono aperti gli immensi archivi del Kgb e dei servizi dei Paesi satelliti, e sono saltati fuori migliaia di nomi di collaboratori, pagati profumatamente o - come si dice nel gergo spionistico - «coltivati». Il problema è più serio che altrove in Italia, l'unico Paese del vecchio Occidente dove partiti che si dichiarano orgogliosamente comunisti, e dirigenti che sfilavano durante la guerra fredda gridando «fuori l'Italia dalla Nato e fuori la Nato dall'Italia», oggi stanno al governo. Ma esiste ovunque, anche nella Chiesa.
Sul caso Wielgus la Santa Sede per mesi ha dato fiducia all'episcopato polacco, impegnato in una difficile transizione. Nella Polonia comunista la gerarchia ecclesiastica era l'unica classe dirigente alternativa del Paese. Nella Polonia post-comunista vescovi e preti devono fare i conti con l'autonomia dei laici cattolici e con i travagli del parto di una dirigenza politica che è cattolica ma che - come è normale che sia in una società democratica - non passa a prendere ordini in sacrestia su ogni problema di dettaglio. In questa travagliata situazione Benedetto XVI, quando si sono manifestati i primi boatos sul caso Wielgus, non ha voluto dare ai vescovi polacchi l'impressione di fidarsi di loro meno di quanto facesse Giovanni Paolo II. Inoltre, in almeno un caso precedente, i dossier costruiti contro un candidato all'episcopato da ambienti comunisti e laicisti si erano rivelati falsi
In Polonia, però, c'è una commissione Mitrokhin che tutti prendono sul serio, e si chiama Istituto per la Memoria. Trapela ora dai Sacri Palazzi che la percezione netta della serietà delle accuse contro Wielgus si è avuta meno di una settimana fa. Può darsi che sia tardi - e che questo confermi al Papa la necessità di accelerare la sua riforma della curia romana - ma in Italia siamo gli ultimi a poterlo dire, visto come è stata trattata la Mitrokhin. Comunque sia, nel giro di quarantott'ore la documentazione completa su Wielgus dell'Istituto per la Memoria è stata tradotta, è stata letta dal Papa e dai suoi collaboratori e ha portato alle dimissioni del prelato. La Chiesa non condanna la persona ma non può permettersi nemmeno troppi dubbi. Non importa quanto Wielgus abbia davvero collaborato con i servizi: il primate della prima nazione cattolica d'Europa non può essere neppure sospettato di avere un passato da collaborazionista.
Se in Italia ci si comportasse così, oggi molti politici sospettati di essere stati «coltivati» dal Kgb sarebbero a casa, anziché in Parlamento o al governo. In un dopoguerra così complesso come quello che segue la guerra fredda le Mitrokhin ci sono dovunque. La differenza sta nella serietà con cui si considerano i loro risultati. Il Papa fa dimettere in due giorni un vescovo che sembra avere passato al Kgb solo informazioni inutili o che i sovietici avevano già. In Italia si attacca la commissione e si cerca di trasformare gli inquisitori in inquisiti. Si spera così di nascondere la verità sotto palate di fango, dimenticando l'insegnamento di un comunista serio come Gramsci secondo cui non è rompendo il barometro che si abolisce il cattivo tempo.