«Mixografia», quando la carta «parla»

Michele Greco

Che cos’è la mixografia? È quanto ci si chiede nel vedere la mostra parallela di “carte” di Rufino Tamayo e di Mimmo Paladino all’Istituto Italo-Latino Americano in piazza Cairoli. È una nuova tecnica di stampa creata da Luis e Lea Remba e sperimentata per la prima volta col lavoro di Rufino Tamayo una trentina di anni fa. Una stampa su una speciale carta artigianale che consente di costruire volumi e di rendere variegata la superficie cartacea. Il laboratorio dei Remba a Los Angeles, dopo aver realizzato stampe per Appel, Arman, Graham, Ruscha, Segal, per citarne alcuni, ha prodotto undici stampe per Mimmo Paladino (2004) esposte con altrettante del famoso muralista messicano Rufino Tamayo nel decennio ’78-88. La mostra, insomma, esalta questa nuova tecnica che conferisce ai lavori una inaspettata originalità. In altre parole, soprattutto guardando i lavori di Paladino, sembra inverosimile che facciano parte di una tiratura di multipli anche se minima. Nei lavori dell’artista beneventano sono rappresentate composizioni in mosaico, pezzi di legno, metalli, tavolette, tali solo all’apparenza perché la loro essenza è la carta. In Rufino Tamayo le rappresentazioni sono supportate dall’«apparire» di canape, solchi, aumenti di volume, stoffe, che conferiscono loro una originalità irripetibile; tutto è moltiplicato in 100 esemplari per Tamayo, in 60 per Paladino. L’apparenza di queste variegate mixografie mette a confronto due mondi e due culture diversi nella poetica, diversi nel linguaggio del segno e del colore, diversi nella narratività, accomunati solo da una “terza mano” quella dell’“artigiano” mixografo che li rende compatibili e comunicabili.
L’esposizione è anche un omaggio a Luis Remba e alla sua straordinaria capacità di rendere plastica e verosimigliante la povertà della carta. Dal canto suo, Mimmo Paladino appare in una luce diversa, compositiva, che partecipa, nello spazio oggi cartaceo della rappresentazione, all’annullamento di questa tanto discussa “quarta parete” teatrale. Ogni lavoro di Paladino è un po’ un atto teatrale dove si avvertono l’azione, la parola recitata, l’attore, la scena, il suono, la coreografia e la partecitazione infine del pubblico. E questa partecipazione non solo evidenzia la “manipolazione” d’una regia multipla, ma anche e soprattutto l’inversione dei ruoli da chi recita in chi assiste e viceversa.