Mobbing in questura, agente risarcito

Costa cara alla Questura di Milano la serie di punizioni inflitti ad un ispettore, colpevole solo di avere rifiutato di rivelare ai suoi superiori a quale inchiesta stesse lavorando su ordine della Procura. Anche se a ben sette anni di distanza dai fatti, il poliziotto si è visto dare ragione dal Tar della Lombardia. Il trasferimento e il provvedimento disciplinare sono stati annullati. E il ministero degli Interni, per conto della Questura, dovrà risarcire all'investigatore ben 25mila euro più altri seimila di spese legali.
Dietro il lungo braccio di ferro tra i vertici di via Fatebenefratelli e l'ispettore c'è un conflitto che da anni - da quando nel 1989 è entrato in vigore il codice di procedura penale - segna i rapporti tra forze di polizia e magistratura. Da allora, una parte di poliziotti e carabinieri lavora direttamente alle dipendenze dei pubblici ministeri. I vertici, che mal sopportano di avere perso ogni controllo sull'attività dei loro sottoposti, spesso cercano in un modo o nell'altro di sapere cosa bolle in pentola. E, nel caso dell'ispettore, si è arrivati allo scontro.
L'ispettore aveva ricevuto un incarico direttamente da un pubblico ministero. Alle richieste di informazioni ricevute dal suo superiore, aveva risposto in modo considerato non esauriente. E, per giunta, aveva raccontato al pm delle difficoltà che gli si ponevano in questura. Risultato: era stato immediatamente e senza spiegazioni trasferito in un commissariato di zona, in via Tabacchi, e colpito da provvedimento disciplinare.
Scrivono i giudici del Tar: «Il personale di polizia giudiziaria è tenuto al segreto istruttorio, sicchè giammai avrebbe potuto riferire nel corso delle indagini senza l’autorizzazione del sostituto procuratore». «L’amministrazione ha ignorato che l’ufficiale di polizia giudiziaria incaricato dal Pm di attività di indagine si trova in rapporto di subordinazione funzionale con l autorità giudiziaria».
Che il trasferimento al commissariato di zona sia stata una rappresaglia, il Tar lo considera dimostrato: «appare evidente che l’amministrazione abbia volto la propria potestà organizzativa degli uffici al servizio di un obiettivo differente, costituito dall’inflizione all ispettore di una sanzione conseguente a ciò che è stato erroneamente reputato un atto di insubordinazione». E il mobbing a cui è stato di fatto sottoposto è verosimilmente la causa dei malesseri fisici e psichici cui l’ispettore è andato incontro: «divenire destinatario di ripetuti provvedimenti disciplinari sapendosi estraneo agli addebiti ben può generare una condizione di stress che si traduce nella lesione dell’integrità psicofisica». Da qui, il consistente risarcimento che il ministero dovrà pagare all’ispettore maltrattato.