Mobbing, tre dipendenti accusano «Penati ci ha tolto pure il tavolo»

Gianandrea Zagato

C’è «una sola scrivania» senza telefono né computer. «Una sola scrivania» da dividersi però in tre. Accade alla Provincia di Milano, nella sede di viale Piceno. È lì che tre dipendenti a tempo indeterminato - giunti a «una posizione di tutto rispetto nell’ambito della propria progressione in carriera» - si ritroverebbero, secondo la loro denuncia, costretti dalle scelte della giunta guidata da Filippo Penati a «non svolgere alcuna attività e a fare mera presenza fisica in ufficio».
Tre-casi-tre di mobbing ovvero demansionamento e dequalificazione professionale che significherebbero pure un danno esistenziale e biologico tutto da quantificare. Neo dell’amministrazione del centrosinistra che si fa campione, nel suo programma, di «procedere con uno spirito di squadra fondato sull’orgoglio dei servizi pubblici provinciali di qualità» e, proprio per questo, di «valorizzare veramente il lavoro e le competenze dei dipendenti».
Volontà, quest’ultima, che si è pure tradotta in tre vertenze di lavoro per accertare e dichiarare l’illegittimità del comportamento dell’ente di via Vivaio e, conseguentemente, condannare la Provincia a reintegrare i tre dipendenti nelle legittime mansioni oltreché risarcire i danni biologici, morali e esistenziali subiti. Tre casi che sarebbero «la punta dell’iceberg» dicono dalla Casa delle Libertà: «Casi seguiti al licenziamento di un dirigente, Francesco Italiano, colpevole di aver messo nero su bianco le interferenze politiche subite nella gestione del budget di sua competenza. Casi che, ufficialmente, la giunta di centrosinistra non ha mai reso pubblici: un’interrogazione sul tema è ancora in attesa di risposta» fa sapere Bruno Dapei.
«E, intanto, l’elenco s’allunga» aggiunge il capogruppo di Forza Italia, mentre Gianfranco De Nicola (An) ricorda che «quel dirigente licenziato, Italiano, ha poi rifiutato davanti al giudice la principesca offerta economica transattiva dell’amministrazione Penati: motivo? be’, ritiene irrinunciabile, dopo il concorso vinto negli anni Ottanta e due decenni di servizio a Palazzo Isimbardi, il reintegro in ruolo». Vicenda su cui decide a giorni il tribunale, che deve esprimere giudizio pure su quei tre casi di mobbing resi pubblici con la denuncia di Forza Italia e Alleanza nazionale, «attendiamo, naturalmente, l’intervento della Cgil che, magari, tra un brindisi e l’altro per festeggiare il suo centenario dovrebbe trovare tempo e modi per aprire un contenzioso con la Provincia che discrimina i suoi dipendenti e li costringe a trascorrere l’orario di lavoro in un ambiente ostile, in condizioni psicologiche quantomeno complesse» dichiarano Dapei e De Nicola.
Accusa respinta dagli uffici di via Vivaio, dove in forma ufficiosa si annota che, nei fatti, con disposizione dirigenziale è stato spostato il luogo di lavoro in altra sede ovvero tre giorni alla settimana su cinque presso gli uffici di Agrate. Trasferimento che però i tre dipendenti contestano: presso quella sede, è la loro tesi, non si svolgono lavori di ufficio, «nessuna attività di tipo amministrativa o contabile» bensì «operazioni di carico-scarico di beni e merci» e che, quindi, la cosiddetta cabina di regia non si trova in quel di Agrate bensì nella sede milanese, dove si svolge il lavoro di coordinamento e organizzazione dei lavori del settore.
«Ulteriore prova di mobbing anche con l’allontanamento fisico dal luogo di lavoro di questi tre dipendenti che la giunta Penati non tiene più in considerazione arrivando a non riconoscergli neppure il diritto a una postazione individuale di lavoro» chiosa Dapei. Già, una scrivania per tre «senza neppure un “interno” telefonico e una giornata da trascorrere girandosi i pollici, mentre Penati - aggiunge De Nicola - arruola costosissimi consulenti esterni».