MOCCIA «I miei ideali? Regole, ordine e lavoro»

Ha stregato i teenager e venduto due milioni di copie. L’autore di «Ho voglia di te» parla di chi lo ha criticato, dei suoi eroi e dei suoi modelli di vita. E per la prima volta anche di politica...

Se esiste un idealtipo del bravo ragazzo, Federico Moccia ci va parecchio vicino. Un giorno dai bambini a Trastevere, il giorno dopo a raccogliere fondi per un ospedale peruviano. L’inseparabile cappellino da baseball e le sneakers, seduto in un bar di Balduina, quartiere della romanità borghese, ordina succo di pomodoro. Non ha molto tempo perché a casa la moglie, Giulia, s’è chiusa fuori e deve riportare le chiavi. Succo di pomodoro contro Negroni. Le domande più ostiche segnate sul taccuino cominciano a cancellarsi di fronte all’autore di romanzi stravenduti (due milioni di copie) e stracriticati come Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te, entrambi usciti per Feltrinelli. Letture prelibate per gli under 18, forse le uniche. Mistero. Anche perché sono racconti che sopra il cielo ci vanno tre metri, ma non escono di un millimetro dal confine dei quartieri nord di Roma: Fleming, Vigna Clara, Parioli, Trieste, Prati. E Balduina, appunto, dove con Moccia abbiamo anche parlato di politica. Scoprendo che, se il buonismo di destra è una categoria ancora sconosciuta alla politica, la letteratura è un passo avanti.
Partiamo da lontano. Dove si forma l’immaginario che hai riversato nei tuoi libri?
«Nei film, anzitutto. Da ragazzino andavo al Piper e frequentavo i cineforum, in cui ho imparato ad apprezzare la cinematografia americana di qualità, scoprendo Martin Scorsese, il Sidney Lumet di Quel pomeriggio di un giorno da cani, il Michael Cimino de Il cacciatore. O anche film considerati di destra, con attori come Steve McQueen...».
...Marine coraggioso, pugile, pilota automobilistico. Un sito dedicato lo definisce l'inveramento del mito «dell'avventura, del maschilismo, dell'onore e anche della ribellione».
«Sì, ma non solo lui. Con il mio gruppo di amici adoravamo i film di John Milius, da Mercoledì da leoni a Conan il barbaro. Andavamo a comprarci il vestiario militare al mercato di Latina. Io c’aggiungevo i libri di un individualista eroico come Ernest Hemingway, che riusciva a fondere in racconto avventuroso lo spirito del boxeur, del cacciatore, la birra, le uscite in barca, le grandi amicizie... Nei film e nel cinema ci piacevano queste storie di uomini tosti. Sono figure di cui oggi sentiamo la mancanza, simboli che su di noi esercitavano un gran fascino. Senza mai crederci troppo, però, senza mai emularli fino a rovinarsi la vita».
Queste suggestioni percorrono le tue storie.
«Sì, filtrate da un dato generazionale. Da ragazzo, mi ero ripromesso di terminare un libro prima dei trent'anni, come Francis Scott Fitzgerald in Di qua dal paradiso. E l'ho fatto. Ho raccontato i miei ricordi, quello che facevano i ventenni negli anni Ottanta. Eravamo la prima generazione invasa dal colore televisivo, affascinata dal culto del fisico: la comitiva che frequentavo e che ha dato la sigla alle mie storie, i Budokani, deriva da una palestra di via Crescenzio, a Prati, che frequentavamo. Ci hanno descritto, soprattutto una sinistra incapace di fare i conti con la società del consumismo, come dei superficiali. È un’immagine fuorviante. Sotto una patina di spensieratezza e ottimismo agivano valori che nessuno ha raccontato: il volontariato, l’impegno nel sociale, il senso dell’amicizia. Non lo andavi a sbandierare in piazza, certo, non cercavi una giustificazione ideologica a quello che facevi, ma eri solare, pieno di positività».
Parole da nostalgico.
«Scrivendo in chiave spesso autobiografica, mi sono accorto di condividere con centinaia di persone alcune forme di nostalgia che pensavo fossero solo mie. Nei rapporti umani io cerco la continuità: osservare amicizie che sfioriscono è dolorosissimo. E poi, la bellezza del cucinare, delle tradizioni, dell’artigianato scompare negli ipermercati, nei centri commerciali, nei luoghi supertecnologici che affogano le relazioni sociali. La cura delle lettere scritte a mano è scomparsa nella freddezza degli sms e dei messaggi email».
Però ti leggono non i tuoi coetanei, ma i giovani degli anni Duemila.
«Difatti. Ho scritto Tre metri sopra il cielo nel 1989, e il successo è arrivato solo dodici anni dopo. Tante volte mi sono chiesto il perché, e la risposta che mi sono dato è che piace perché descrive un tipo di gioventù che non esiste più. Prendi un personaggio come Step, il protagonista dei miei due libri. Con i suoi atteggiamenti romantici, testardi, anche infantili: la determinazione, la rabbia che si fa anche litigio per strada, il senso dell'onore, quegli atteggiamenti così estremi e a volte eccessivi mostrano una vivacità, una prepotenza dello stare al mondo che non ritrovo nei nuovi adolescenti. Oggi mi pare di scorgere una maggiore omologazione creativa ed espressiva».
Step: moto potenti, Ray Ban, muscoli, coraggio da vendere. Da come si veste a ciò che dice, esprime un'antropologia di destra. Di una destra istintiva, prepolitica.
«È vero. Però chiariamo subito: c’è destra e destra. C’è una destra estremista, violenta, razzista, fanatica che non sopporto e che nulla ha a che fare col protagonista dei miei romanzi. Per questo sono rimasto basito quando qualcuno mi ha accusato di aver creato, con Step, una controfigura in sedicesimo di uno degli stupratore del Circeo. Stupidaggini... Anche perché Step è l’alter ego di Moccia: bello, fisicamente dotato, un buono che a volte perde il controllo. Il suo modo di essere di destra è quello che piace anche a me, una destra fatta di gente che lavora, che ama l’ordine, rispetta le regole, non si sottrae con faciloneria anche agli interrogativi più drammatici che pone il mondo contemporaneo. Oggi vedo un politico come Gianfranco Fini vicino a questo modello di coerenza. Anche se la “destra” che appare nei miei romanzi è più pura di quella che oggi si vede in giro. Quasi cristiana».
D’un tratto scopriamo la religiosità di Moccia...
«Certo. Step è un adolescente che vive cristianamente la disgregazione dei valori familiari. Per questo soffre in maniera profonda il tradimento della madre e accumula così tanta rabbia. In Ho voglia di te, non vede di buon occhio quelli che leggono il manifesto perché, sotto sotto, li considera estranei alla sua visione religiosa. Per un altro verso, mi piace vederlo nei panni di un moderno Muzio Scevola, un antico romano che vuole coltivare la profondità dei legami comunitari, un legionario che possiede un codice d'onore. E intende rispettarlo, con l'irruenza che può avere un ragazzino di diciotto o vent'anni. Per questo ho trovato non troppo coerente con il libro la sua trasposizione cinematografica del 2004 ad opera di Luca Lucini: Riccardo Scamarcio è bravissimo, ma forse è troppo bello, troppo curato. Il “vero” Step ha un gran fisico, sì, ma quando vivi sulla strada alla fine porti i segni delle tue battaglie...».
Fantastichiamo: per chi vota Step?
«Penso che starebbe a metà strada tra Alleanza nazionale e Forza Italia, ma lontano dagli eccessi dell’attivismo più duro: non entrerebbe mai in una sezione di partito, e non lo farebbe nessuno nel suo gruppo di amici, in cui convivono una destra declinata nei modi più diversi, ma soprattutto tanto disinteresse per la politica».
A proposito. Tu hai mai fatto politica?
«Ne sono sempre stato lontano, anche se era difficile nella Roma degli anni Settanta. Andavo al “Don Orione”, dalle parti della Camilluccia, e stavo in classe con una delle figlie di Enrico Berlinguer, Maria. Eri alle medie, ma vedevi dai professori agli studenti come ci si divideva politicamente già da ragazzini: alcuni sembravano i protagonisti di Ecce bombo di Nanni Moretti. Certo, a tredici anni la politica era più che altro un fatto di mode o di cultura familiare. Vivevamo di riflesso le idee dei nostri genitori».
Compreso il tifo per la Lazio. Un giovanissimo Paolo Di Canio non sarebbe stato fuori posto nei Budokani.
«E giovanissimo ho conosciuto Di Canio negli anni Ottanta, quando ci trovavamo al “Gilda”, discoteca in gran voga in quel periodo a Roma. Ha sempre avuto il difetto di mostrarsi in maniera coraggiosa. Troppo spesso: purtroppo, un gesto di puro entusiasmo che esaltava la bellezza di una vittoria, come quello rivolto alla sua curva nel derby del gennaio 2005, è stato identificato come un gesto politico. L’hanno messo in croce. Assurdo».
Diversi tuoi colleghi scrittori ti considerano un berlusconiano.
«La sua capacità imprenditoriale è stata grandissima. Ha offerto l’alternativa al monopolio pubblico, ha inventato i nuovi linguaggi televisivi. Politicamente, avrei sperato che desse dei risultati migliori. Non è riuscito a trasferire al governo, nell’azienda statale, la sua abilità organizzativa. Purtroppo».