Moccia: "È normale l’amore con vent’anni di differenza"

L’autore dirige Bova nel film tratto dal suo bestseller "Scusa, ma ti chiamo amore". Il divo: che imbarazzo per le scene sexy

Roma - Se la rockstar Renato Zero ha i suoi «sorcini», fan disposti a tutto, pur di sentirlo cantare, perché lo scrittore, sceneggiatore e regista Federico Moccia non può avere i suoi «mocciosi», quei ragazzini (sono tanti, conferma il mercato editoriale) che s’identificano con i lucchetti dell’amore, agganciati a Ponte Milvio, magari Tre metri sopra il cielo (dal titolo del fortunato romanzo del nuovo cantore d’una meglio gioventù depoliticizzata), mentre lui dice a lei: «Ho voglia di te» (altro cineromanzo del prolifico autore)? Lasciate, allora, che i seguaci del Moccia-pensiero vadano a gustarsi Scusa, ma ti chiamo amore (da venerdì nelle sale), commedia generazionale col tenebroso Raoul Bova (qui Alex) e la fresca Michela Quattrociocche (nel ruolo della maturanda Niki).

In questa commedia sentimentale, l’unico impegno è trovare un perché alla passione, che sboccia tra Alex, creativo mollato dalla fidanzata nevrotica e infedele, e Niki, bambolina di famiglia tutta motorino e amichette, liceali spensierate come lei. Amare è breve, dimenticare è lungo, ragionano le adolescenti, caracollando giù per le scale del prestigioso Giulio Cesare. Così Niki vive il suo tempo tra una birretta e una garetta di bum-bum-crash (auto a scontro e vinca la più robusta), mentre mamma (Cecilia Dazzi) e papà (Pino Quartullo) al massimo l’incrociano per la prima colazione. Ma un giorno Alex la investirà con la sua auto e con il suo fascino di brizzolato vecchio ragazzo, attratto dalla di lei sfrontatezza. Però anche dalla chance di viversi una storia con una piccola donna, che si scusa con lui, dopo averlo chiamato «amore», alle due di notte... «Sono il ragazzo della gavetta e quanto accade, nella mia vita, è frutto di duro lavoro», quasi si scusa pure Moccia, spiegando, dietro al tavolo delle riunioni d’istituto, al Giulio Cesare, mentre la campanella suona e gli studenti vociano in corridoio, come sia riuscito a infilare, lui, figlio di Pipolo (del duo Castellano e Pipolo) assistenze alla regia, libri, sceneggiature, e sempre difendendo l’esistente.

«Dopo il successo dei film, tratti dai miei libri, ho voluto questa sfida, per sganciarmi dalla saga di Step e Babi. Se guardo, in rete, al forum di Scusa, ma ti chiamo amore, noto interesse per il mio romanzo, che al suo interno ha varie teorie. Da sedicenne, per colpire le coetanee, leggevo Diario d’un seduttore di Kierkegaard, dunque sono tutt’altro che rozzo. Ho raccontato le diciassettenni di oggi e dagli ottomila contatti registrati mi pare d’aver colto nel segno: non volevo fare un’indagine sociologica!», argomenta l’autore, che esordisce in regia, affrontando il tema del divario d’età tra innamorati.

«Ai miei tempi, se un calciatore si fidanzava con tua sorella, la mamma si disperava. Oggi, in una società fragile, è normale che vent’anni di differenza non siano un problema. Mi piacerebbe, però, un ventisettenne che girasse un Ecce bombo, come Nanni Moretti», spiega Moccia. Per Bova, che ha sostenuto un provino, prima d’essere scelto, è bello che il cinema entri nelle scuole. «Ormai gli attori d’una volta non ci sono più: questa è una storia romantica, sebbene faccia scalpore una minorenne con un uomo più grande, che però non la circuisce, mica è Lolita! Moccia m’ha tirato fuori il lato goffo», puntualizza l’attore, che però confessa di essere stato imbarazzato nelle scene d’amore: «In fondo avevo tra le braccia una ragazza con la metà dei miei anni».

Timida e sorridente, Michela, un diploma di maturità in tasca, forse l’anno prossimo s’iscriverà all’università. «I miei non mi ostacolano, spero di continuare a fare cinema e penso che l’amore non abbia età». Così si stempera la polemica innescata da un giornalista, convinto che un film di così scarso impegno non potesse entrare nel cineforum studentesco, e la preside decisa a difendere la propria scelta.