Moccia, regista scrittore, autore Ma come fa?

Uno si chiede: ma come fa? Neanche fosse Maurizio Costanzo. Come fa, Federico Moccia a girare contemporaneamente il suo primo film da regista, s'intende tratto dal suo terzo romanzo Scusa ma ti chiamo amore, a vergare un racconto mica tanto breve per La Stampa di domenica scorsa su Sara e i suoi amici del Bagno Stella, a comporre ogni giorno per Il Messaggero una rubrichetta di pensieri sparsi intitolata Ho voglia di...@ . Un compulsivo nato, uno Schwarzenegger del computer, un Costanzo, appunto, formato teen-ager. Del resto, proprio ieri sul quotidiano romano, alla domanda «Perché scrivo?», rispondeva così: «Scrivo perché a volte la vita mi sta stretta, perché tante volte avrei voluto essere violento come Step e invece dovevo stare calmo e contare fino a dieci, perché la semplicità dell'amore mi commuove e mi sembra che non se ne parli mai abbastanza, perché è una necessità: come respirare» (segue citazione dal Primo Levi di L'altrui mestiere).
Inutile ironizzare. Hai voglia a parlare di pseudo-letteratura, di romanzi fotocopia, di Amici in libreria. Non serve, e forse è pure ingiusto, specie ora che la faccenda dei lucchetti è approdata perfino sulla prima pagina dell'International Herald Tribune. Tanto il quarantaquattrenne Moccia, figlio del Pipolo di Castellano & Pipolo, è in grado di sbriciolare qualunque critica quando ricorda - è successo anche venerdì scorso all'incontro sul set - che «con i miei libri sono riuscito a far leggere tanta gente che non l'aveva mai fatto prima». Lui da ragazzo scambiava con gli amici i romanzi di Herman Hesse (ne parla come se fosse Dostoevskij, un autore immenso e difficile); gli adolescenti di oggi si scambiano i suoi romanzi, alla faccia della destra e della sinistra. Gli rimproverano di rovinare la gioventù. Lui replica: «Io ve l'annacquo, la gioventù».
Di sicuro ha visto giusto Fiorello nel parodiarlo alla sua maniera, forse per consumare una piccola vendetta privata, come sostiene Moccia, forse cogliendo un tratto speciale in quell'eloquio gentile, appena scosso da improvvisi nervosismi, da adolescente mai davvero cresciuto. Ricordate: «Quanti anni hai?», domanda il finto Moccia a Baldini. Quello risponde: «Quarantaquattro». E l'altro: «Vabbè, ma allora sei anziano!». Come se il vero Moccia, non avesse, appunto, quell'età.
Novella Liala al maschile nell'età di Internet, l'autore di 3 metri sopra il cielo è diventato così popolare da essere bersaglio di vistosi sbertucciamenti. Sull'argine del Tevere un'enorme scritta muraria recita: «Io e te... 3 metri sotto terra», e vai a sapere a chi è venuta in mente la macabra battuta. Certo, l'uomo, sperimentato uomo di tv cresciuto con Domenica In e Ciao Darwin prima di trasformarsi in best-sellerista, sembra lanciato verso nuovi trionfi popolari. Infatti preferisce far parlare le cifre, con speciale riferimento a Ho voglia di te: 1 milione e 200 mila le copie vendute, quasi 14 milioni l'incasso del film. «Lo so, mi aspettano al varco», dice riferendosi ai critici cinematografici, ma con l'aria di chi non è poi così in ansia. Del resto, se è vero che le donne dai 13 ai 70 anni tifano per lui, perché mai dovrebbe preoccuparsi?