La moda appassisce tra cappi e giullari

La collezione di Romeo Gigli si nasconde sotto la performance di Dario Fo. Girbaud scandalizza con l’impiccagione di Saddam

da Milano

C'è un mistero buffo nella moda italiana e non solo perché ieri a Milano Dario Fo ha inutilmente tentato di dare una veste nuova al defilé del marchio Romeo Gigli disegnato da Gentucca Bini, mentre nel backstage di Marithé e François Girbaud si son sentite colossali idiozie tipo: «In questa collezione sono in primo piano tutti i nodi, da quelli dei genitali maschili all'angoscioso cappio di Saddam Hussein». Il sospetto a questo punto è che certi stilisti le sparino grosse solo per far notizia a prescindere dal loro lavoro e in entrambi i casi ci sembra impossibile. Gentucca Bini è infatti colta, intelligente, garbata e ha sempre avuto un certo gusto oltre a molto talento sartoriale. I due francesi, invece, sono gli autentici inventori del cosiddetto «casual»: nessuno nel mondo della moda ha fatto quel che hanno fatto loro per reinventare un prodotto importante come il jeans. Perfino stavolta la collezione non era male, anche se abbiamo trovato superflui gli insistenti riferimenti sessuali tipo le cuciture laterali di alcuni capi che riproducono in modo grafico il disegno di un ragazzo intento a far pipì, per non parlare della fibbia di certe cinture a forma di donna dalle gambe aperte. Quest'ultima veniva mostrata con mosse pressoché oscene dai modelli in passerella, ma il vero scandalo sta nell'aver utilizzato tanto male lo stesso soggetto che, nel quadro L'origine del mondo dipinto da Gustave Courbet nel 1866, provoca ancora oggi discussioni di ben altro respiro. Del resto Coco Chanel diceva: «La moda non è arte, deve morire presto perché viva il commercio».
Vallo a spiegare al travolgente Dario Fo che si è inventato un connubio inesistente tra un capolavoro assoluto come Il trionfo di Cesare del Mantegna e gli abiti creati dalla giovane stilista. «Ho scelto di partecipare al progetto di Gentucca perché le voglio bene e le riconosco un grande talento» ha detto il Premio Nobel che da una vita abita sullo stesso pianerottolo della famiglia Bini. I rapporti di buon vicinato per quanto rari e preziosi specialmente di questi tempi, non giustificano un'ora e mezzo di lezione-performance con la riproduzione del Mantegna impossibile (l'opera non è mai uscita da Londra dove è conservata) a far da sfondo all'interminabile sfilata di capi improbabili per i nostri tempi. Si tratta di camicie da mugnaio, rustici giacconi lontani da ogni tendenza, cappotti in casentino arancione come quelli inventati nel '400 per i cacciatori in toscana e scomodissime calosce. Siamo usciti prima della fine, lo confessiamo, pur essendo grandi ammiratori tanto di Mantegna quanto del teatro di Dario Fo, l'unico paragonabile a quello di Eduardo De Filippo. Ma la cultura, di qualunque colore politico sia, non giustifica la presunzione.
Ben altro respiro quello offerto dalla collezione Les Hommes disegnata dal talentuoso duo stilistico belga composto da Tom Notte e Bart Van Debosh, compagni nella vita e sul lavoro. I due hanno proposto una convincente immagine maschile sartoriale ma con una visione d'avanguardia nei bordi di maglia usati al posto dei revers o delle cinture, nelle grandi e bellissime sciarpe di rustica lana sui classici completi neri, nei piumini di grisaglia e in tutto il resto. Molto meno riuscita la sfilata di Roen, marchio di culto tra i modaioli giapponesi disegnato dallo stilista Hiromu Takahara che tra l'altro ha vestito Lenny Kravitz e Johnny Depp. Bastava un pizzico di ironia in più e molti decibel di musica in meno per rendere attraente la solita estetica punk. A questo punto vedere in cassetta le sfilate di Moschino, quella di Marni o di Alexander McQueen avrebbe dovuto allargarci il cuore perché c'era moda degna di questo nome e gli spettacoli erano assolutamente perfetti. Peccato che questi marchi come tanti altri abbiano deciso di evitare l'ultimo giorno delle sfilate maschili di Milano. Creando sovrapposizioni e difficoltà agli addetti ai lavori. E se fossimo tutti un po' più seri con un settore che impiega il 12 per cento della mano d'opera italiana e vale per un quarto del saldo attivo nazionale?