Una moda d’«evasione» anche dietro le sbarre

Rigorosamente a strisce, i modelli sono ispirati alle vecchie divise

I modelli ci sono, il marchio pure, come anche lo stile il tema, l’idea base e perfino la «location» (come direbbe che segue la moda) di gran classe: il Gattopardo Caffè, realizzato all’interno di una chiesetta sconsacrata. Ma non è una sfilata qualunque: in passerella viene proposto un nuovo modo di vestire, libero (è proprio il caso di dirlo) dagli stereotipi e ispirato a un mondo solitamente osservato solo attraverso le sbarre.
Ieri la «griglia» si è finalmente alzata e dopo anni di lavoro è stata presentata la prima vera collezione di «Codice a sbarre»: «Treasure your memories», un «total look» per uomo e donna capace di abitare con disinvoltura le vetrine e i momenti importanti, fatto di tessuti di qualità, reversibili per il doppio utilizzo e sulla tonalità del grigio. Le ideatrici sono quattro detenute, da semplici sarte diventate a poco a poco imprenditrici a tutti gli effetti. Tutto nasce nel 2002 quando nel carcere di Vercelli prende corpo «Codice a sbarre», un progetto che sposa moda e solidarietà, patrocinato dal ministero della Giustizia,dal Comune di Vercelli e sostenuto dal ministero del Lavoro. Lo scopo è promuovere iniziative imprenditoriali innovative legate al recupero delle donne in carcere.
Inizia dunque la selezione delle detenute che diventeranno le protagoniste di «codiceasbarre» e per quattro di loro si avvia un percorso didattico sul taglio e cucito, corsi di marketing e comunicazione. Accanto alle detenute, assunte a tempo indeterminato, si affianca una sarta specializzata nel confezionamento di abiti da lavoro, viene allestito un laboratorio di sartoria e un ufficio e Cdsb nel 2004 diventa una vera impresa sociale. In poco tempo il marchio diventa una linea di abbigliamento i cui capi sono in vendita in ben 120 negozi italiani, target medio-alto, distribuiti dalla Age di Torino.
La griffe risponde alle esigenze del mercato ma il tema resta la prigione e vengono create due linee: «Jailwear», rivolta al mercato casual, e «Work», abiti da lavoro. L'ispirazione dei capi Jailwear nasce guardando l'archivio delle divise carcerarie prima del 1975: nessuna tasca chiusa, lampo in plastica, stampe al posto delle «pericolose» etichette dove si potrebbero nascondere stupefacenti, coulisse con fettucce corte per non farsi male, tinture e lavaggi per riprodurre la storia e l'ambientazione da cui provengono. E la sfilata di ieri sera è la realizzazione di un sogno, il traguardo di un percorso di crescita dagli ottimi risultati, come spiega Valery, una delle 4 detenute che ha inventato i capi e che ha chiesto con insistenza di poter rimanere in carcere durante le ore del giorno( nonostante, con all’indulto, avesse ottenuto la semilibertà) per avere la possibilità di continuare a lavorare nel progetto.
Tra gli ospiti d'onore anche un’altra protagonista di Cdsb, seminascosta tra la folla. «È un momento storico» sostiene Caterina Micolano, direttrice generale della cooperativa sociale Ghelos, impegnata nel reinserimento lavorativo di persone in stato di detenzione. «Sono emozionata per la prima collezione ma soprattutto perché, stasera saranno presenti 2 delle 4 detenute protagoniste e per l’interpretazione musicale di Andrea Mirò». La cantante, scelta dalle stesse carcerate, si esibisce in un concerto live che mette in risalto il percorso musicale dell’artista da tempo apprezzata dai grandi musicisti e addetti ai lavori. L'atmosfera è resa ancora più emozionante dalle immagini che scorrono sullo schermo posizionato sull'altare e dalla danza di Alessia Durando, giovane ballerina della scuola di ballo Nada Mas di Casale Monferrato.
La sfilata è stata dedicata a chi sa andare oltre le sbarre dei ricordi, perché «se uno spegne l'interruttore non vuol dire che non ami la luce» e perché, in fin dei conti, «tutti abbiamo una storia da raccontare a cui rifare l'orlo ogni tanto».