La moda di dare del «tu», frutto della civiltà di massa

Caro Granzotto, vorrei lanciare tramite il Giornale un appello affinché sia rispettato un diritto civile inalienabile e non negoziabile. Ho quarantasette anni, moglie e due figli, un lavoro che mi piace, anche se non retribuito come vorrei, un appartamento di proprietà, due stanze, salone e angolo cucina in un condominio a San Sicario, una moto e una Fiat Punto. Mi definisco un serio professionista, un buon marito e un buon padre di famiglia. Aggiungo d’avere anche un buon carattere, ma ciò nonostante rischio spesso la galera perché provo istinti omicidi. Succede quando mi sento dare del tu da persone che non conosco e con le quali non ho nessuna intenzione di stabilire rapporti di amicizia: commesse, cassiere, fattorini, ragazzi che ti chiedono l’ora ed estranei con i quali mi capita di parlare. Questa moda di dare del tu, enfatizzata dalla tv dove il 99 per cento della pubblicità è tutto un tu, è da combattere in nome della civiltà e mi auguro che questo mio appello raccolga molti consensi.


Intanto eccole il mio, caro Vergano. Pur essendo di massima circoscritto all’ambiente giovanilista, il «tuismo» spesso straripa e, sebbene appartenga al disprezzato novero dei vecchi (mentre lei, quarantasettenne, è un giovane; stando che Walter Veltroni, cinquantaseienne, giovane si dichiara con baldanza. E anche «nuovo», tanto per far buon peso), anch’io subisco l’aggressione dei tutoisti e delle tutoiste e quindi la capisco. Ma non speri di spuntarla, con loro. Ci si può difendere replicando ostentatamente a suon di «lei» o, volendo calcar la mano, di «voi». Ma creda, tutoisti e tutoiste sono irredimibili. È la civiltà di massa, caro Vergano, che amando esser massa non rinuncia manco morta alle formule omologanti. Si ricordi che non a caso i comunisti fra di loro si chiamano «compagni», senza distinzione di stato e di ruolo (anche se così interpellato da un attivista, Palmiro Togliatti dapprima storse il naso, poi fece chiaramente capire che era meglio mantenere le distanze). E poi, fra i pronomi allocutivi il «lei» e il «voi» hanno sempre avuto vita grama. Il «voi», bellissimo, fu condannato a morte dall’antifascismo per via della guerra al «lei» (ritenuto «servile e straniero») indetta nel ’39 dal Duce, guerra alla quale aderirono, pur tuttavia, intellettuali di sangue blu progressista quali Elsa Morante, Vittorini, Quasimodo, Pratolini, Concetto Marchesi, Giorgio Strehler, Arturo Carlo Jemolo, Massimo Mila e Renato Guttuso.
In quanto al «lei», oltre ad essere un intruso (il Duce aveva ragione. Ma, si sa, aveva sempre ragione) si beccò da subito l’accusa di appartenere al linguaggio antidemocratico del potere. Il latino che fece da mamma all’italiano contemplava due allocutivi: «tu» e «vos», il «tu» e «voi» con i quali andammo avanti per secoli (in Dante, ad esempio, il «lei» come pronome di cortesia non compare mai). Quand’ecco che, per accostarsi alle formule barocche, spagnoleggianti, di «vostra eccellenza» o «vostra signoria», sostantivi femminili, si cominciò a ricorrere ai pronomi femminili «ella» e, più popolarmente, «lei». «Lei» che le ideologie liberali ed egualitarie sbocciate nel Settecento ritennero illiberale e autoritario in quanto marcava il rango tra principale e subalterno. Un sofisma, perché non v’è nulla di prevaricatorio o di gerarchico nell’uso simmetrico del «lei». Al contrario, c’è molta cialtroneria e malagrazia nel pretendere, come si pretende oggi, l’uso simmetrico del «tu». Uso al quale così come lei, caro Vergano, non mi piegherò mai. Cascasse il mondo.