Moda, l’italiano di Givenchy inventa «Cappuccetto nero»

Daniela Fedi

da Parigi

«Sento una nuova sicurezza, per la prima volta sono convinto del mio lavoro» ha detto Riccardo Tisci dopo aver presentato una collezione Givenchy che si può definire con un solo vocabolo: perfetta. Le modelle (tra cui Naomi, per una volta quieta) hanno sfilato su un crescendo di tamburi che dava il ritmo al susseguirsi delle proposte: una dietro l’altra, una più bella dell’altra. Per la serie «Cappuccetto nero» c’erano magnifici cappotti in lana cotta con il cappuccio trasformato in collo da un movimento sartoriale tanto preciso quanto naturale. Le forme passavano dalla smilza redingote all’ampia mantella, quest’ultima in piume di cigno nel tipico accostamento blu e nero lanciato negli anni Cinquanta da Hubert de Givenchy. Poi c’era un sottile rimando allo stile equitazione, ma l’apoteosi arrivava con gli abiti da sera. Quello in satin rosso indossato da Maria Carla Boscono, musa e amica del giovane Tisci, era praticamente un capolavoro. Gli altri non erano da meno e inoltre riassumevano lo spirito della collezione in apparenza semplice, di fatto molto sofisticata. Anche stavolta il trentunenne stilista nato a Taranto ha lavorato in archivio scoprendo che nel 1958, mentre Balenciaga imponeva le forme a uovo, Givenchy cambiava faccia alla linea impero lanciando il mezzo-uovo.
Con i grafismi di Tisci e il suo impeccabile senso delle proporzioni questa silhouette si carica di nuova vitalità. Non altrettanto si può dire delle piccole cappe e delle graziose giacche a sacchetto improvvisamente approdate nelle collezioni di Hussein Chalayan e di Paco Rabanne disegnata oggi da Patrick Robinson, un simpatico americano che per 5 anni ha lavorato nell’ufficio stile di Armani. Qui le citazioni restano quello che sono e visto che a Parigi in luglio ci sarà una grande retrospettiva sul lavoro di Cristobal Balenciaga, ci si chiede come poter reggere il confronto con gli originali firmati dal cosiddetto Ricasso della moda. La forza dell’unicità ha invece illuminato la sfilata di Naoki Takizawa per Issey Miyake che si è svolta nel museo delle arti primitive di Quai Branly progettato da Jean Nouvel la cui inaugurazione è prevista per il prossimo 23 giugno. «Mi sono ispirato alla duplice natura di molte donne: una addomesticata e civile, l’altra selvaggia», ha detto il bravo stilista giapponese prima di mandare in passerella le sue toccanti creature con stratosferiche calze e maglie effetto tatuaggio sotto a tailleur e trench in pelle trattata. Il gioco del sotto-sopra continuava tra camicie stampate come le fodere dei capispalla tinta unita in un caleidoscopio di tinte e disegni destinati a entrare nelle categorie dell’arte. Del resto Takizazwa oltre a essere un designer d’indiscutibile talento è un vero e proprio artista a cui Jean Nouvel ha chiesto un’installazione permanente per questo nuovo museo la cui prima pietra è stata posta da Françoise Mitterrand. Niente di culturale, ma tanta solidità nel prodotto e nella sua declinazione da parte di Marithé & Françoise Girbaud, coppia di ferro della moda francese nonostante la presenza in passerella della nuova compagna di lui. Il triangolo, in questo caso e con buona pace di Renato Zero, può essere considerato. Negli ultimi 4 anni ha triplicato il fatturato. E fa dei cappottini militari che il prossimo inverno potrebbero risolvere molti problemi a un sacco di donne.