Moda nella capitale, serve un gioco di squadra

Anna Maria Greco

Quell’uscita di Franca Sozzani su Roma che «non è una città della moda», ma deve accontentarsi della ricerca di nuovi talenti brucia come una ferita. E il giorno dopo la polemica innescata dalla direttrice di Vogue Italia(che pure nella capitale è venuta a promuovere il concorso fatto con AltaRoma Who’s on next?), le risponde anche un giovane stilista che da 10 anni sfila nella capitale, Marco Coretti. Lo fa con una lettera aperta al curaro, che paragona la dichiarazione della potente giornalista all’infortunio del campione Zidane ai Mondiali.
Non sarà, si chiede, che la Sozzani «difende altre piazze, che magari faticano a mantenere i livelli qualitativi di un tempo»?E in questo caso, «dispiacerebbe molto per la partigianeria ma sarebbe facile leggere tra le righe sia la crescita della via romana alla moda (e non sono pochi gli stilisti che possono dimostrarlo con i fatti), sia le difficoltà di Milano esemplificate dai soliti e grandissimi noti che portano le loro sfilate a Parigi e New York». Coretti conviene che dietro le sfilate romane non c’è la dimensione economica di Milano e Parigi, ma la capitale «si è guadagnata con fatica e dedizione la sua cittadinanza nella moda» e ha visto nascere molti stilisti poi diventati famosi. Soprattutto, sottolinea Coretti, «ha saputo proporre un modello culturale inserendo la moda in un contesto di location unico al mondo, anche con la collaborazione delle istituzioni e questo ha giovato e giova anche a Milano, perché nel mondo globalizzato a contare moltissimo è il marchio Italia. Tocca a tutti rafforzarlo, a Milano come a Roma». Insomma, il Made in Italy vuole un gioco di squadra, altrimenti ci si rimette in blocco.
La kermesse romana, incurante delle critiche, va intanto avanti tra Auditorium, Tempio di Adriano, Campidoglio che ieri ha ospitato l’ospite d’onore Ermanno Scervino e palazzo Valentini che ospita Raffaella Curiel. Si è vista ieri l’originale sfilata di Patrizia Pieroni sulle «casalinghe disperate» che dall’entusiamo del matrimonio finiscono nello squallore casalingo e si riscattano con la ribellione più sexy, alla faccia del marito indifferente. Il loro simbolo è un bracciale di tulle come il sogno che nasconde la realtà di una spugnetta d’acciaio per lavare le pentole. Ecco poi l’unico prezioso abito da sposa di Franco Ciambella, con 12 carati di diamanti incastonati in 3 cuori d’oro bianco da Salvini e presentato in una performance di danza. Hanno sfilato i modelli della stilista montenegrina Marina Banovic Nikolic, con l’impronta della tradizione balcanica e l’ispirazione alle principesse del Montenegro, in particolare alla Regina d’Italia Elena di Savoia. Sette abiti di maglia super leggera sono stati presentati da Debora Sinibaldi e uno pesava 50 grammi: una minicollezione dedicata a Parigi, Fil Lumiere. L’hair stylist Sergio Valente ha fatto sfilare le sue acconciature-scultura, omaggio agli stilisti per cui ha lavorato in passato, presentando il suo libro sugli ultimi 10 anni di attività: «Le teste nella moda». Punta come al solito a stupire Alessandro Consiglio, che ha per modella una signora dai 90 anni portati benissimo con un tailleur-pantalone da sposa «attempata». Stretch Couture usa luminosi tessuti pregiati e ricami ispirati all’India. E oggi l’italolibanese Tony Ward festeggerà i 50 anni del film-scandalo Baby Doll di Elia Kazan, con ardite mise dedicate alla seduzione.