Moda, omaggio a Roma di Alberta Ferretti

Anna Maria Greco

Nastri che s’infiocchettano in vita su lunghi abiti neri con un alto orlo di pizzo, nastri che s’annodano al collo e scendono svolazzanti sul ricamo che impreziosisce modelli-sottoveste color carne. È il «prêt à couture» che Alberta Ferretti dedica a Roma, dove riceve il premio alla carriera dal sindaco Walter Veltroni. Sfilano nella piazza del Campidoglio i 43 capi, di cui 25 nati per l’occasione. Ed è un trionfo di satin e chiffon, di drappeggi e di tagli sbieco nei colori del bianco, nero, grigio perla, rosa pelle, con tocchi di turchese, verde-oliva e viola. «I modelli inediti li ho immaginati - dice la stilista - in questa straordinaria cornice che suggerisce importanza e preziosità nelle linee e nei volumi. Roma ispira la tensione al bello assoluto. E io ho portato abiti esclusivi, di ricerca, nati per rendere omaggio a questa città da un progetto che avevo già in mente da tempo e finora avevo realizzato solo per vestire le vip». E alla capitale s’inchina anche Lorenzo Riva, tornato sulle passerelle capitoline dopo alcune stagioni, con una raffinata sfilata al tempio di Adriano ispirata al «Sogno di una notte di mezza estate» di Shakespeare. «Roma è la capitale dell’alta moda - dice il sarto milanese -. Qui ci sono Balestra e Sarli, i veri couturier. Siamo rimasti noi a fare ancora alta sartoria». Quella di cui parlano i 22 abiti caratterizzati da linee diagonali: cappotti-tailleur di lana bianca lavorata, ampie gonne plissé, fiori di tulle, macro-fiocchi in vita e coprispalla come nuvole. Che Roma torni di moda? La sceglie per il suo debutto il nuovo duo della moda: Giovanni Cavagna e Antonio D’Amico. Il primo ha già sfilato a febbraio nella capitale con i suoi jeans di platino, l’altro è l’ex compagno di Gianni Versace tornato alla moda dopo anni di oscuramento. Propongono abiti con maniche rigonfie come nel ’500 e le «CD bag», stole di cincillà che diventano borse con una zip tipo k-way. Sempre ieri, all’Auditorium è stata presentata «Re-source», ovvero rinascita, resurrezione, la performance di Giacomo Alvino, lo stilista trentatreenne, costretto dalla nascita al silenzio, alla sedia a rotelle, e a comunicare con gli altri attraverso un computer. L’idea portante di Alvino, diplomato all’Istituto Superiore di Design di Napoli, la sua città, era quella di raccontare, attraverso quattro simboliche creazioni la rinascita dell’Umanità che lui percepisce «stanca e lacerata, turbata anche dai recenti episodi di terrorismo, alla ricerca e costruzione di una nuova identità». La performance si svolge come una storia interpretata dalle modelle che si muovono lente davanti al pubblico.