La moda della pelata è colpa dei «Lothar» di Massimo D’Alema

Gent.mo dott. Granzotto, che ne pensa Lei di questa moda prorompente delle teste calve (o zucche pelate come le chiamiamo a Siena)? Fino a poco tempo fa la calvizie era considerata quasi una vergogna, da ammirare solo in personaggi famosi come l’attore Yul Brinner e l’arbitro Collina. Oggi viene quasi ostentata, soprattutto fra i giovani: basta assistere a una partita di calcio per vedere sul tappeto verde tante palle lucide, come se fosse un tavolo da biliardo. Che ne pensa? Con stima e simpatia.
Siena

Corsi e ricorsi della storia, caro Pallini? Una volta i capelloni. Oggi i pelatoni. Mai tranquillo l’uomo (per non parlare della donna, ovviamente. Essa è mobile qual piuma al vento. Lo sanno tutti, no?). Dal punto di vista pilifero, si rivela molto più stabile la barba, che non subisce mode e va tranquilla per la sua strada. Bisogna però segnalare il successo di quel particolare onor del mento che non potrebbe definirsi propriamente barba, quanto barba non fatta, barba di due o di tre giorni. Una invenzione di Bertolt Brecht - per altro inventore del look intellettuale - che lì per lì non ebbe imitatori e che oggi, invece, spopola. Raccontano i biografi che per apparire più emaciato, più tormentato dal rovello ideologico e intellettuale, l’autore di quella mattonata di Madre coraggio si facesse la barba un giorno sì e tre no. E che nel giorno della rasatura non mettesse piede fuori di casa per tema che qualcuno lo vedesse al naturale, glabro e roseo. Ma non è di barbe che vogliamo parlare, tanto per distrarci un po’ da Fini e dai suoi cari. Quanto dei capelli, argomento che lei capirà, caro Pallini, m’obbliga ad andarci coi piedi di piombo perché è noto stiano molto a cuore a chi sappiamo noi. E allora cominciamo col dire che la pelata è sempre meglio del riporto. E cioè l’acconciarsi a ghirigoro sul capo un due tre metri di basetta che naturalmente non sta mai a posto, ma si mette alla banda a ogni spirar di zefiro. Niente di più agghiacciante, niente di più ridicolo. Bé, di riporti - e salvo sull’ampia e pensosa fronte di qualche attempato professore di stenografia - non se ne vedono più. Di conseguenza, aumentano i casi di calvizie anticipata - le pelate a rasoio - estremo ricorso di chi, avendo il mito di Sansone (o, se americano, mirando alla Casa Bianca che mai e poi mai fu residenza di un calvo o di un riportista), non resiste alla vista del dilagare della «piazza», il vuoto di capelli nella zona occipitale.
Rispettosi come siamo della completezza dell’informazione, possiamo aggiungere che la moda della zucca pelata prese l’aire tra il 1998 e il 1999, nei giorni del rovinoso governo D’Alema. Il quale s’era circondato di uno staff molto arrembante, molto macho e molto pelato: Claudio Velardi, Marco Minniti, Nicola Latorre e Fabrizio Rondolino. Con quella loro zucca lucida, facevano grande scena in tivvù e sulle pagine dei rotocalchi e vennero detti «i Lothar» (maggiordomo di Mandrake, Lothar era giustappunto calvo e se ne andava in giro indossando un completino leopardato costituito da una semicanotta e una braga corta. I Lothar di D’Alema erano più per le cosucce Armani e Dolce e Gabbana). Sempre per la completezza dell’informazione e per tornare ai calciatori che come lei dice, caro Pallini, visti dall’alto paiono tutti palle di biliardo, si ricorda che (l’autorevole, ovvio) quotidiano Sun compilò una classifica dei più famosi footballisti calvi. Primo, Zinedine Zidane (che con la pelata si esibì poi in una zuccata ai danni di Materazzi. Ma lo sa che ancora oggi mi chiedo se ebbe torto a prodursi in quel gesto atletico?), poi l’argentino Di Stefano, l’inglese Bobby Charlton e via andando. Fra i gloriosi pelati del calcio ci sarebbe anche un italiano: Attilio Lombardo. Il buon nome della nazione è dunque salvo.