Il modello di Intesa e i «nuovi Mattei»

Non accetta, il presidente Giovanni Bazoli, che venga messa in discussione «la condizione di piena autonomia e indipendenza dalla politica» di Intesa Sanpaolo. E sostiene che la vicinanza con il governo Prodi «è un’idea infondata e grottesca». La Superbanca nata l’estate scorsa è stata per Bazoli e per l’ad Corrado Passera l’occasione di dar vita a un gruppo italiano di dimensioni continentali, sesto in Europa con 75 miliardi di capitalizzazione. Ma intanto, proprio ieri, è andata in porto l’aggregazione di un’altra banca nazionale, CariFirenze. Con la quale si evidenzia ancora di più la peculiarità di Intesa: banca di stazza europea, ma con il 70% dei dipendenti e l’80% degli sportelli nel Belpaese. Unicredit, che capitalizza 76 miliardi, realizza in Italia meno del 36% dei ricavi. L’obiettivo di Intesa, peraltro, è dichiarato: quello di essere banca «per lo sviluppo», per il Paese. E già per questo è difficile che l’intervento di una banca così non assuma una valenza politica.
Poi c’è il caso Telecom: la prima operazione di sistema per la banca di Bazoli è l’ingresso nella holding che controllerà Telecom Italia con il 10,6% del capitale. Un intervento sul quale il governo ha fatto sentire eccome la sua voce, come ha confermato il presidente delle Generali (primo socio privato di Intesa), Antoine Bernheim. Mentre il premier Prodi, nell’occasione, ha dichiarato: «Vedremo come saranno scelti quelli che dovranno gestire l’azienda».
Ecco perché qualcuno, a questo punto, ha l’impressione di trovarsi di fronte alle partecipazioni statali del ventunesimo secolo. Sembra pensarla così uno come Mario Monti, presidente della Bocconi ed ex commissario Ue, quando in riferimento a Telecom parla delle banche come di un «governo occulto», laddove nel ’900 era invece «lo Stato una sorta di banca occulta». Nel modello neo-dirigista di oggi i capitali sono sempre quelli dei cittadini, ma questa volta intermediati dalla grande banca di sistema. Nata con l’accordo delle Fondazioni, soggetti sì di diritto privato, ma ben più simili, nella governance, agli enti pubblici. Un quadro completato, come avverte Prodi, dai manager: i «nuovi Mattei» degli anni 2000, cooptati nel nuovo modello di ppss. Non è un caso che a guidare il fondo per le infrastrutture della Cassa Depositi e Prestiti (controllata da governo e Fondazioni) sia stato chiamato Vito Gamberale, manager di scuola Iri. Né è un caso che per Telecom si parli di Vittorio Colao, già voluto da Bazoli in Rcs, piuttosto che un ex Eni come Franco Bernabé.
Di fronte a tutto ciò non c’è da meravigliarsi che Monti bacchetti a destra e sinistra banche e politica. Sottintendendo una verità di fondo: banchieri come Bazoli, Enrico Salza, Cesare Geronzi, appartengono all’élite economico finanziaria del ’900, che determinava le dinamiche del sistema attraverso una rete di rapporti nazionali. Un capitalismo autarchico che in questa dimensione si rapportava alla politica. Ora il caso non è più questo, pena la trasformazione dei «poteri forti in poteri deboli». L’élite degli anni 2000 è invece quella a cui appartiene lo stesso Monti, che dopo 10 anni passati a Bruxelles è uno dei pochi italiani inserito in un network aperto, con terminali in ogni Paese europeo e con una agenda internazionale. Il che permette di avere una diversa visione delle cose.
Quella di uno come Alessandro Profumo, ad di Unicredit. Non a caso tra i più critici nella partita Telecom. Anch’egli, a suo tempo, in fila per le primarie di Prodi. Ma poi attento a operare con la sua banca solo in ambito di mercato. E per questo sì, distante della politica.