Modello Teheran

L’attacco suicida lanciato dalla Jihad islamica, che ha fatto nove morti e sessanta feriti alla stazione degli autobus di Tel Aviv, ha raggiunto tre scopi che probabilmente l’organizzazione terroristica si prefiggeva. Dimostrare anzitutto la propria autonomia operativa tanto nei confronti del governo guidato da Hamas (che mantiene la tregua con Israele), quanto nei confronti dell’autorità palestinese il cui presidente, che ha condannato l’azione, vede minato una volta di più il suo già basso prestigio. In secondo luogo la Jihad islamica ha voluto dimostrare la sua capacità di violare il sistema di sicurezza israeliano proprio in questa settimana di festività pasquali ebraiche in cui era stato elevato al massimo lo stato di allerta. In terzo luogo, ma anche in considerazione del sostegno che riceve da Siria e Iran, l’organizzazione terrorista ha voluto allinearsi strategicamente sulla politica minacciosa di questi due Stati, in particolare di Teheran, per dimostrare la vulnerabilità dello Stato sionista in vista della possibile offensiva di kamikaze che l’Iran minaccia di lanciare contro qualunque Paese che partecipi ad eventuali operazioni per ostacolare il suo sviluppo nucleare.
L’attacco, che non a caso ha avuto luogo il giorno della presentazione del nuovo Parlamento israeliano al presidente dello Stato, ha naturalmente avuto ricadute sulla condotta politica e militare israeliana. È chiaro che le risposte, sinora molto controllate, dell’esercito contro i palestinesi non hanno diminuito né il lancio di missili contro il territorio israeliano, né influenzato il governo palestinese a dar mostra della sua vantata capacità di controllo sulle organizzazioni armate. Le quali sono interessate, con attacchi contro Israele, ad aumentare il proprio prestigio e diminuire quello di Hamas, incapace di tradurre la sua vittoria elettorale in autorità civile e militare. Questo avvicina per un «civile» come il nuovo premier israeliano, Ehud Olmert, l’ora di trovare soluzioni ai problemi di sicurezza che i generali sono stati finora incapaci di promuovere o autorizzati a sviluppare.
L’attacco suicida palestinese dovrebbe comunque accelerare la formazione della nuova coalizione ministeriale, facilitando da un lato l’entrata nel governo di un partito «duro» di destra, come lo Yisrael Beitenu di Liberman, e dall’altro quello del suo principale avversario, il Partito laburista guidato dal sindacalista Peretz. Quest’ultimo non può, di fronte alla ripresa di attacchi suicidi palestinesi, sollecitare l’evacuazione dei coloni da troppi insediamenti ebraici in Cisgiordania. Infine - e questa è per il momento la cosa più importante - la ripresa del terrorismo palestinese pone sotto stretta osservazione le capacità dell’intera leadership del partito Kadima, nato e vissuto sinora sugli allori militari e sull’immagine carismatica del suo fondatore, Ariel Sharon, ormai dato per incurabile nel suo letto di ospedale.
La posta in gioco è grande ed il terrorismo islamico, di cui un’organizzazione come la Jihad islamica è parte integrante, ne è conscio. Che lo si voglia o no, quello che succede in Palestina e quindi con Israele ha ricadute sui rapporti di entrambi con l’Europa e l’America. Il conflitto palestinese resta così una cassa di risonanza per quello che succede in Irak, per l’evoluzione della crisi nucleare iraniana, per i conflitti religiosi nei Paesi arabi mai sopiti, come mostra la rinnovata tensione fra cristiano-copti e musulmani in Egitto.
Il conflitto palestinese rimane così un conflitto più simbolico che reale, col quale si legittimano gli odi, le speranze, le vendette e le paure più contraddittorie.