Moderati, a sinistra non c’è più posto

Pietro Mancini

Il Professore continua a distribuire poltrone e strapuntini, irritando non poco Macaluso, Pansa e Rinaldi e facendo imbufalire persino Eugenio Scalfari. L’ultima poltrona di sottosegretario ai Trasporti è stata regalata a un carneade dello Sdi siciliano, tale Raffaele Gentile, premiato per due «meriti»: la assoluta fedeltà a Boselli, il capo del cespuglio radical-socialista, e il risultato assai modesto ottenuto nell’Isola, di gran lunga inferiore al 18 per cento raggiunto a Cosenza dalla Rosa nel Pugno. Peccato per i dirigenti socialisti calabresi, che hanno pagato la grave «colpa» di essere in forte competizione con i capi della Quercia, veri arbitri dei destini, politici e personali, di tutti gli esponenti dell’affollatissima imbarcazione prodiana.
Dall’abbuffata alla tavolata dello «sciancato reggimento ulivista» (Scalfari dixit) restano fuori quanti nel centrosinistra non intendono ubbidire ai diktat di D’Alema e degli arroganti dalemini locali. Rimangono invariate, invece, le scorie, gli snobismi e quell’aria di sussiegosa e indimostrata superiorità intellettuale, come quella di un commentatore che si propone di ispirare le scelte dell’Unione: ecco Michele Serra squalificare come «l’ultimo dei rospi» e «volgare trasformista» il senatore dipietrista di Napoli, Sergio De Gregorio, eletto presidente della commissione Difesa del Senato anche grazie ai voti del centrodestra. Un parlamentare «colpevole» agli occhi di Serra e di tanti intellettuali radical chic, di aver esternato la scellerata e infame convinzione che il ruolo delle Forze Armate, comprese le amate Frecce Tricolori, vada difeso, rafforzato e non svillaneggiato. Convinzione condivisa peraltro da Luca Cordero di Montezemolo e dalla maggioranza dei cittadini.
A questa sinistra «de lotta e de piazza», che non è solo folkloristica come pensa Prodi, la migliore risposta l’ha data il fratello del caporalmaggiore Alessandro Pibiri, ucciso a Nassirya da quelli che l’82enne senatrice bertinottiana, Lidia Menapace, ha blandito come i «coraggiosi resistenti iracheni». Una risposta urlata in faccia al leader del Pdci Oliviero Diliberto: «Mio fratello e i suoi commilitoni sono morti in Irak per aiutare la popolazione, secondo un preciso mandato affidato alle Forze Armate dal Parlamento e dal governo Berlusconi».
Anche il senatore De Gregorio non la pensa come Diliberto e nonna Menapace, e per questo è stato attaccato da Michele Serra come «maschio, affarista, cinico, amico di tutti e quindi di nessuno». Anche perché De Gregorio ha parlato molto chiaro con il prodiano Arturo Parisi, titolare della Difesa, dopo il suo ennesino penultimatum («Nessun militare in Irak!»): «Egregio ministro, se noi scappiamo subito, corriamo il rischio di lasciarci dietro le spalle una nazione dilaniata. E invece dovremo preoccuparci del futuro di quelle genti, se non altro per onorare il sacrificio delle 38 vite dei nostri militari, che abbiamo lasciato sul terreno». Così D’Alema, per coprire le tante difficoltà e contraddizioni della maggioranza sulla ritirata dall’Irak, ha accusato il Cavaliere di subdoli patti segreti con George W. Bush.
Dal momento che, come ha riconosciuto lo stesso Serra nel suo anatema anti-De Gregorio, la politica non è soltanto «sangue e merda», Forza Italia e la Casa delle libertà devono intensificare il serrato dialogo con i moderati dell’Unione, già insofferenti per l’incapacità del Professore di relegare in posizioni marginali gli estremisti e i tanti comunisti non pentiti della sua eterogenea alleanza. Non si tratterebbe di incoraggiare le fughe dall’Unione degli scontenti della lottizzazione, bensì di dimostrare a quei consistenti settori dell’elettorato moderato di centrosinistra, a quanti hanno scelto Clemente Mastella e Tonino Di Pietro, che i loro voti sono stati utilizzati per abbozzare, tra una nomina e l’altra, una politica sinora assai confusa e velleitaria, che «non ci azzecca nulla» con le loro richieste.