Il moderato militante

Si intravede un fenomeno inedito fra i moderati italiani. Appare uno spirito di partecipazione che non si era mai visto negli anni passati. La reazione alla prova di forza compiuta dall'Unione, al metodo scelto per eleggere il presidente della Repubblica, non ha solo il valore di una testimonianza o di pagine di testimonianze, come si vede dalle lettere che giungono al Giornale. Se si somma questa reazione ad una campagna elettorale, che ha visto riempirsi le piazze, non è arbitrario pensare ad una novità: la scelta per la Casa delle libertà non si è esaurita con il voto dato in aprile, ma continua ad esprimersi, si dà una continuità. È ciò che nei vecchi partiti si chiamava militanza. Militanza è una parola difficile da tradurre in una stagione dominata da forze politiche più leggere, segnata dai duelli televisivi e un bipolarismo caratterizzato dal ruolo delle leadership. Forse, quindi, ci sarà bisogno di un neologismo. Ma nel frattempo, occorre dare attenzione ad una domanda politica che viene da metà dell'Italia e che rivela la voglia di far pesare il voto che ha dato.
Parlo di una domanda e non di un girotondo. Non si tratta cioè di una protesta umorale. Ci sono delle persone, degli individui che rappresentano il blocco sociale della Casa delle libertà, che avevano scommesso sulla prosecuzione dell'azione di governo e che ora chiedono che quel progetto venga sostenuto anche dall'opposizione. A costoro si è riferito Silvio Berlusconi quando ha spiegato che «il nostro elettorato» non avrebbe capito l'adesione alla candidatura di Giorgio Napolitano, a quel prendere o lasciare con cui l'ha presentata l'Unione, pensando che i voti del centrodestra non hanno un'identità, non esprimono un senso di appartenenza e non conservano un valore. Non partecipare a quel rito unilaterale ha giustamente dato il segno che non si è spezzato il filo e ha indicato che il progetto politico resta, anche nello status di minoranza parlamentare.
Il centrodestra sta prendendo le misure di questo status e le sue componenti lo stanno facendo in modo differenziato. Del resto non è un'operazione facile. La Casa delle libertà era nata come patto di governo per attuare una profonda riforma dell'Italia. Cioè per fare. Oggi, ha davanti a sé il compito di contrastare un centrosinistra la cui caratteristica principale - lo ha mostrato nei primi atti della legislatura - è soprattutto quella di preservare un patto di potere esclusivo. Se si deve essere realisti, è giusto pensare che questa caratteristica resterà anche in futuro e si esprimerà nel tentativo di costruire un sistema politico a sé stante ed autosufficiente.
Qui sta la prima difficoltà della partita che si è aperta e del come un'alleanza di governo divenuta opposizione la potrà giocare in Parlamento, restando ancorata ai suoi valori e cercando nello stesso tempo di incrinare l'unanimismo di potere dell'Unione. C'è poi la seconda difficoltà, quella di riaprire la prospettiva del partito unico, della nuova casa comune dei moderati, che ha comunque davanti a sé un percorso complicato e ancora incerto. Ma credo che la vera difficoltà nascerebbe dal non tenere conto del fatto che la campagna elettorale non ha solo risvegliato un'area moderata considerata «in sonno», ha avuto anche l'effetto di costruire un inedito spirito di partecipazione e di presenza. Nascerebbe, cioè, dal non corrispondere pienamente alla novità di un elettorato che non rinuncia a dare un peso al suo voto, che ha deciso di non starsene a casa e che sta lanciando intensi segnali di voler continuare a sostenere le proprie idee e a difendere i propri interessi. Che è diventato militante.