«La modernità Usa? Prima o poi ci arriveremo»

I produttori televisivi si confrontano sulle difficoltà di realizzare in Italia serie innovative

da Milano

«Io le nonne di Torre del Greco le adoro». Agostino Saccà, responsabile della fiction Rai, risponde ironicamente a chi lo accusa di portare sullo schermo prodotti troppo tradizionali, fatti per un pubblico maturo e di ceto medio basso. «E che dobbiamo fare? - spiega -. Dimenticare gli anziani? I nostri spettatori hanno una media d’età di 47 anni, sono al 60 per cento donne e adorano le storie contemporanee di sapore nazionale (come Gente di mare, L’uomo sbagliato o L’uomo che sognava con le aquile). E i riscontri di ascolto ci sono, eccome! Ovviamente è giusto che si cerchi anche di innovare, e ci stiamo provando, ma non dobbiamo mai dimenticare chi ci guarda. Una riprova? Casalinghe disperate in onda su Raidue ha avuto una media di share del 9 per cento, vuol dire che non ha incontrato il gusto dello spettatore italiano, avendo una connotazione troppo americana. E non mi si dica che è stato programmato male: in tre mesi c’è tempo per catturare l’attenzione». Ma anche i giovani pagano il canone... «A parte che sono i genitori a sborsare i soldi, comunque non ce ne dimentichiamo. Stiamo studiando prodotti per loro, come Capri (con una cast e storie molto giovanili) o Sette vite (dove un giovane si risveglia dal coma)».
In attesa di vedere qualche sprazzo di modernità in questi titoli, ci si chiede quali siano le ragioni per cui sulle televisioni italiane sia così difficile trovare un prodotto realizzato in casa calato profondamente nella realtà. Che racconti il mondo giovanile, quello femminile o quello maschile come fanno le serie americane O.C., Sex and the city o Quello che gli uomini non dicono. O ancora che abbia la modernità visionaria di Lost. Insomma, che sia ripulito dal velo romanzato che avvolge quasi tutte le nostre serie. L’abbiamo chiesto a chi si dovrebbe porre questa domanda ogni volta che mette mano a un nuovo lavoro. Pietro Valsecchi, della Taodue, il produttore di Ultimo, Distretto di polizia e Ris, una delle poche fiction italiane che tenta di usare un linguaggio moderno (anche se traslato da C.S.I), non è il tipo che usi giri di parole: «L’Italia è un piccolo paese pieno di restrizioni. Però se si ha coraggio qualcosa si può ottenere: con Ris penso di aver aiutato i telespettatori. Non solo ho dato loro un bel prodotto che crea emozioni, ma anche un senso di protezione. Dopo aver visto come lavora bene la squadra scientifica dei carabinieri, il cittadino si sente più tutelato». Addirittura! Per lei è più facile realizzare prodotti un po’ più moderni perché, lavorando per Canale 5, si rivolge a un pubblico più giovane... «Certo... il nostro target è commerciale: tra i 16 e i 55 anni, quello che compra e su cui puntano gli inserzionisti, ma anche più attivo intellettualmente. E, dunque, non ci spaventiamo se la Rai fa più share in assoluto. Non ci importa. Anzi, lunga vita all’Orgoglio di Raiuno: così la Tv di Stato lascia a noi il pubblico più interessante».
Discorso che fa infuriare Carlo Degli Esposti, della Palomar, altro storico produttore: «Mi sembra ovvio che Mediaset punti sul target pubblicitario. Ma dividere gli spettatori tra attivi e passivi in base al portafogli è una dimostrazione di cattivo gusto. La Rai, essendo servizio pubblico, deve avere come obbiettivo principale quello di servire tutte le fasce di spettatori. Ma questo è un problema che si deve porre anche Mediaset». In sostanza, come se ne esce? «L’unico modo per movimentare la produzione italiana è aprire il mercato televisivo, superare il duopolio convergente che raccoglie l’80 per cento delle risorse pubblicitarie. Compito che spetta al legislatore. Comunque la fiction italiana è giovane e ha già un grande patrimonio».
Per Paolo Bassetti (della Endemol, che produce sia per Rai sia per Mediaset) bisogna puntare invece su un cambiamento geografico che è, soprattutto, un cambiamento di mentalità. «Il successo delle serie americane - spiega - è arrivato quando i produttori hanno spostato i set da Los Angeles a New York. Sganciarsi dal cordone ombelicale di Hollywood ha voluto dire respirare l’aria più internazionale, più moderna della Grande Mela. Lo stesso potrebbe valere qui da noi in Italia: dobbiamo uscire dal provincialismo romano. Rendendo in questo modo più esportabili i nostri prodotti. La cultura europea di Milano può essere una spinta: non per niente gireremo Amiche mie nella metropoli lombarda».