Modesta proposta per un festival a dir poco insolito

Il crollo della cupola e del tetto della cattedrale hanno puntato i riflettori su Noto. Una provvida sventura, ancorché dovuta all’insipienza e all’avidità umane, piuttosto che al destino cinico e baro. Oggi, infatti, tutto il mondo conosce la straordinaria unità stilistica di questa cittadina siciliana, il suo scenografico assetto urbanistico, la bellezza delle sue chiese e dei suoi palazzi. La magniloquenza del tardo barocco coloniale, ultimo colpo di coda di un potere che tentò di esorcizzare col mal della pietra il suo inevitabile tracollo. Il barocco come risorsa e come disgrazia. I cantieri promettono una rinascita, ma non si sa bene di che tipo. La quasi estinzione o la perdita d’influenza delle due classi sociali - l’aristocrazia e il clero - per cui il magnifico giocattolo fu costruito col tufo, rischiano di spiazzare lo sviluppo indirizzandolo verso un disastroso turismo di massa, o impastoiandolo in uno sterile e provinciale esercizio autocelebrativo. Troppe «pietre sacre» possono essere difficili da digerire. Infiorate e cortei minacciano di scivolare nella sagra strapaesana. Il fatto è che, senza un po’ d’ironia, di leggerezza del vivere, semplicemente si muore. In questa ottica, allora, mi permetto di indirizzare una modesta proposta al Sindaco di Noto Michele Accardo. In realtà si tratta della riproposizione di una mia vecchia idea già bocciata dal Sindaco Leone nel lontano 1995. Ma i tempi sembrano ormai maturi. Si organizzi dunque con somma urgenza a Noto, superando le resistenze delle frange più retrive e codine, il Primo Festival Internazionale del Coglione! Lungi da me qualsiasi intento scurrile e goliardico. In una città colta come Noto si possono affrontare tranquillamente anche temi provocatori. Mi permetto di tracciare un sintetico programma. Credo che il Festival potrebbe articolarsi in tre momenti: un seminario di etnoantropologia; una manifestazione gastronomica; un concorso. Luogo ideale: la loggia del Mercato. Nella prima parte si indagherà sui rapporti tra fertilità e fortuna, nonché sui significati simbolici attribuiti dalla cultura mediterranea (quindi anche nell’arte) agli attributi genitali maschili. Nella seconda, esperti cuochi provenienti da tutt’Italia - con la collaborazione dei norcini di Noto, deputati a fornire la materia prima - daranno un saggio della loro abilità con specialità gastronomiche sul tema, suggerendo altresì adeguati abbinamenti enologici. Infine, ma non per ultimo, una giuria di esperti gastronomi e giornalisti sceglierà il piatto più azzeccato, assegnando un premio e l’attestato di «Coglion d’oro 2005». È prevedibile che la proposta scateni un vespaio di critiche e polemiche, ma abbiamo la storia dalla nostra parte. Le testimonianze della più antica religiosità mediterranea (statuette votive itifalliche e steatopigiche, affreschi pompeiani ecc.) documentano in maniera inequivoca la magnificazione del sesso e dei suoi attributi, quali segni esteriori dell’importanza e della potenza sacrale (ma anche economica) che, da sempre ad essi è stata attribuita. L’unione sessuale fu di fatto il primo generatore di energia a disposizione dell’uomo. La prima macchina con cui esso cominciò a consumare energia, al fine di produrla. Attraverso quell’atto nascevano i figli e l’uomo si procurava forza lavoro. E quindi prosperità e ricchezze. Da quando l’uomo primitivo comprese che da quell’atto dipendeva in larga misura la sua buonasorte, gli organi sessuali ebbero a che fare con la prosperità, la ricchezza e la fortuna. Alcune rappresentazioni (plastiche, figurative, verbali e gestuali) divennero presto portafortuna, autentici toccasana. L’antico gesto superstizioso di autopalpazione dei genitali maschili, al fine di scongiurare un imminente evento negativo o tener lontana una temuta sventura, rimanda a tali arcaiche origini, apparendo una tra le comuni sopravvivenze della considerazione del sesso come portafortuna, salvavita, estrema benefica risorsa contro gli agguati della iella. I coglioni hanno anche un ruolo non trascurabile in letteratura. Per tutti Rabelais che, nel II libro di Gargantua e Pantagruele, al capitolo XXVI, cita ben 164 volte il termine al singolare, apponendovi altrettanti aggettivi, che vanno da «vezzoso», ad «archibugiante», passando per «d’acciaio», «borghese», «magistrale», «digestivo», «fulminante», «scappellottante», ecc. E potremmo a lungo continuare. In sintesi, la Festa del Coglione è un salutare antidoto alla retorica barocca. È una cosa seria, come tutte le cose che fanno sorridere.