Modiano e quel passo tranquillo

Ha parlato da numero uno, da amministratore delegato. Pietro Modiano, da pochi mesi in banca, voluto dal presidente Enrico Salza, non ha perso tempo. Il suo piano è «terrestre», più che territoriale. Con la sua «banca corta», con la pratica spiccia di un manager che riscopre le filiali, non ha pensato certo a épater les bourgeois. Il cda del Sanpaolo lo ha ascoltato e interrogato per quasi cinque ore. Con meticolosità ha raccontato la sua banca del territorio, la crescita tranquilla che avverrà spingendo sui ricavi. Ha spiegato, su precisa richiesta, della scarsa attenzione al taglio dei costi. Si tratta di un utile serbatoio a cui la banca potrà abbeverarsi in futuro, se gli incrementi di produttività non dovessero arrivare. Una filosofia diversa da quella che ha ispirato il piano di riorganizzazione divisionale (chiamato S3) messo in piedi da Alessandro Profumo, e che Modiano ben conosce. Più che una divisionalizzazione verticale, i torinesi hanno scelto una specializzazione territoriale. Forti della loro presenza capillare in gran parte dell’Italia (con il Banco di Napoli anche al Sud), gli uomini del Sanpaolo pensano ora di inserirsi proprio in quegli spazi lasciati aperti da ciò che implicitamente è giudicato un modello troppo verticistico: quello dell’Unicredito. Il vero concorrente, su questo piano, resta dunque il profilo fortemente «retail» che si è data l’Intesa di Corrado Passera. Modiano ha dalla sua tutto il cda. Financo gli spagnoli del Santander, attentissimi alla gestione industriale della loro partecipazione, hanno apprezzato il piano. Il prossimo scoglio che la banca dovrà superare è quello della convivenza. Modiano sulle reti, Mario Greco sulla previdenza e Fideuram (ma con un occhio allo shopping, forse di Toro, probabilmente di un gruppo svizzero), Iozzo con la responsabilità di holding e infine Salza, con le strategie del gruppo. Troppi. Anche per una banca che fino a due anni fa aveva tre amministratori.