Modigliani ha trovato casa in centro storico

Gli Archivi Modigliani hanno finalmente una casa, fortemente voluta dalla nipote dell’artista Laure Nechtschein Modigliani, anche se provvisoria. A ospitarli sono le sontuose sale di Palazzo Taverna. Inaugura l’attività del centro studi presieduto da Christian Parisot, la mostra «Modigliani e la spiritualità africana», curata da Massimo Riposati (fino al 23 novembre). Alle mostre (la prossima su Balla) si accompagneranno pubblicazioni, conferenze, sostegno alla creatività giovanile e digitalizzazione dei 6mila documenti dell’archivio. Sono presenti di Modigliani quattro teste in pietra e dieci disegni preparatori, di cui quattro inediti, messi in relazione con una settantina di pezzi della collezione costituita in trent’anni di viaggi dall’antropologo Vincenzo Moggi.
Feticci, maschere rituali, sculture di antenati, idoli africani, costumi, parte di un cerimoniale religioso legato all’animismo, espressione di quell’arte negra che tanto sedusse gli artisti d’inizio ’900.
Da Derain che la scopre per primo nel 1907 al British Museum di Londra e ne scrive a De Vlaminck, andando poi a riempirsi gli occhi al Trocadero, a Picasso che avverte in quelle opere qualcosa di magico, di rituale, a Matisse a cui ricordano le teste di porfido rosso delle collezioni del Louvre. Una febbre che coinvolge anche critici e studiosi, come Paul Guillaume che compra un’intera collezione. Al fascino del primitivo, alla nuova estetica dell’arte africana, non si sottrae Modigliani (1884-1920) che giunge a Parigi proprio nel 1906. Ha 22 anni, superata la fase accademica e macchiaiola, scoperto a Venezia il senso del colore, a Parigi l’artista livornese incontra l’avanguardia. E la scultura, suo primo amore («Amedeo Modigliani scultore», indirizzava le lettere la madre), riemerge prepotente dal confronto con l’arte di Constantin Brancusi e l’arte africana. Modigliani scolpisce fino a quando riesce a procurarsi il materiale, fino a che le forze glielo consentono. Si dice che trafugasse addirittura blocchi da costruzione e che scolpisse le sue teste in varie ore del giorno, studiando il riflesso delle forme sotto la luce. Sono le figure ieratiche, dal naso sottile a lama di rasoio, gli occhi a mandorla, il collo lunghissimo, le cariatidi dalle forme sinuose come arabeschi che rimandano all’arte tribale ma anche alle sculture della Grecia arcaica e dell’Egitto. Ma per raggiungere l’essenzialità della forma, l’artista ha bisogno di tempo. E i disegni registrano il suo lavoro. Linee nette o tratteggiate, forti o appena leggibili, ma sicure ed armoniose, che in pochi tratti definiscono un volto, il profondo significato di uno sguardo.
Palazzo Taverna, via di Monte Giordano 36, tel. 06-98262200. Orario: dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 20 e su appuntamento. Ingresso libero. Fino al 23 novembre.