Mogli e figli all’università La parentopoli calabrese

Cristiano Gatti

nostro inviato a Cosenza

L’atmosfera? Familiare. Sì, decisamente familiare, anche se non è un buon ristorante o una simpatica pensione, ma un'università statale, la più grande e la più importante della Calabria, tra le prime del Meridione. Il clima sa di intimo, di domestico, di cose di casa. Secondo qualcuno che non ha alcuna voglia di scherzare, ha il chiaro sapore di una «parentopoli». Pure qui, a poco tempo e a pochi chilometri dal clamoroso caso scoppiato in Regione, col presidente Agazio Loiero costretto a dimissionare l’assessore di Rifondazione, Egidio Masella, reo di aver assunto la moglie nella propria «struttura speciale».
Come una puntuale bomba a orologeria, o come una classica polpetta avvelenata, sull’onda di quel caso parte dall'Università di Cosenza un documento-denuncia diretto a mezza Italia: Procura, ministero, istituzioni varie, giornali. Certo è un modo specialissimo di festeggiare il 34º anno accademico, aperto giusto una settimana fa, con un pensiero speciale e commosso al padre fondatore, l'economista Nino Andreatta.
Nel documento c’è una lunga lista di docenti e di dirigenti amministrativi molto conosciuti, tutti accomunati dallo stesso profilo: essere figlio di, padre di, marito di, moglie di. C'è il professor C. «che ha provveduto a far assumere la figlia I. come docente di seconda fascia nella sua stessa facoltà e l'altra figlia A. nella facoltà di Scienze matematiche, nonché il genero a Chimica». Da parte sua, il professor Co. «ha provveduto a far assumere suo figlio G. e suo fratello C., il primo come ricercatore a Lettere, il secondo come dottorando a Ingegneria». E avanti. L’autorevole e stimato professor T. ha sistemato «entrambi i figli, G. e N., come ricercatori a Lettere». Il luminare professor Ce. «ha sistemato la moglie R. come ricercatrice presso il suo stesso dipartimento». Così come il professor B., «che ha fatto diventare docente di prima fascia la giovane moglie E.». In tutto gli imparentati sono una quarantina, senza contare amici e amanti, che ovviamente sfuggono all'impietosa statistica.
Nota bene: nomi e cognomi sono tutti scritti per esteso. E le situazioni pubblicizzate sono tutte rigorosamente vere. Qui però compaiono solo le iniziali per un doveroso senso del limite, non tanto legato a un falso pudore nostro, quanto a uno sgradevole dettaglio che getta una strana ombra sull’intera operazione: la denuncia è firmata dal «Comitato Etica Università di Calabria», un organismo dalla sigla indubbiamente edificante, ma del quale però nessuno conosce l’esistenza e sa dare un recapito.
Siamo nel più classico solco della tradizione nostra: corvi e veleni dentro le istituzioni. Tutti i tentativi di portare alla luce il Comitato franano miseramente nel nulla. Girando per l'ateneo, in una giornata di cupe intemperie, raccolgo soltanto reazioni incredule e sguardi avviliti. L'università è distribuita in una cinquantina di palazzine, dette opportunamente cubi, distribuite sulle colline sopra Rende. Chiedo agli studenti in fila davanti alla segreteria. Zero, mai sentito del Comitato. Vai a sapere: magari non vogliono esporsi. Provo nella sede degli attivisti di sinistra: un ragazzo che sta fumando davanti alla porta cade puntualmente dal pero. «Il Comitato Etica? Giuro, mai sentito». Così un paio di insegnanti che incrocio nei lunghi corridoi. Niente: il Comitato è fantasma.
Eppure, come sempre, è un fantasma che la sa lunga. Troppo precisa, troppo ordinata, troppo dettagliata la lista nera. Effettivamente, come confermeranno poi anche il rettore in persona e l’addetto stampa, il documento non dice bugie. In giro per le facoltà, dove a vario titolo e con alterne fortune studiano 32mila studenti, c’è un fitto intreccio di legami affettivi e di contratti firmati. Sorge immediata una domanda, la prima e l’unica domanda che meriti una doverosa risposta: com’è possibile imbarcare il parentado nella stessa Università? Il fenomeno è losco o è soltanto imbarazzante? Dopo lunghe ricerche, la spiegazione migliore mi sembra quella di Filippo Naccarato, segretario territoriale per l’università, in quota Cisl. Una premessa: questa Regione ha già abbastanza problemi, per doversi affidare alle denunce anonime. Rifiutiamo decisamente questo metodo tribale. Quanto poi alla sostanza del problema denunciato, che devo dire: è il solito problema dell'università italiana, non soltanto di quella calabrese. Un problema che si chiama «baronie». La tanto decantata autonomia concessa ai singoli atenei produce questi effetti: i baroni riescono meglio a influenzare i concorsi di assunzione. Per fortuna, la soluzione è già all'orizzonte: certo, la tanto criticata riforma-Moratti. Se ha un pregio, questo ministro, è proprio la volontà di spazzare via i baroni. Così, presto torneremo a concorsi centralizzati, unici per tutta Italia: e lì i baroni faticheranno ad arrivare. Purtroppo, in questi ultimi due anni, sapendo che presto la mannaia cadrà, tutti quanti si sono affrettati a imbarcare più gente possibile...».
Servirebbe un intero numero del giornale per spiegare i meccanismi dei concorsi. E forse è proprio in questi contorti meccanismi che s’infilano i padroni della materia: abilmente, legalmente, nel pieno rispetto della legge, però rilasciando alla fine un retrogusto comunque sgradevole. Anche se le Procure non trovano elementi per indagare sui concorsi, come al momento risulta qui a Cosenza, è innegabile che ritrovarsi padri e figli alla cattedra della stessa facoltà suona quanto meno strano. Vogliamo dire imbarazzante?
Certo, poi bisognerebbe sempre chiarire se sia peggio un parente in gamba o un estraneo cretino. È una questione centrale e irrisolta, nella storia del nepotismo italiano. L’auspicio è che a Cosenza abbiano quanto meno evitato la figura più imbarazzante di tutte. Più del parente in gamba, più dell’estraneo cretino. Praticamente una pubblica calamità: il parente cretino.
Cristiano Gatti